Sventato attentato dinamitardo neofascista al centro sociale Loa Acrobax a Roma
15 Giugno 2008
Siamo a ridosso di un’appuntamento importante per la città di Roma, la manifestazione del 14 giugno indetta dai movimenti di lotta per la casa, dagli spazi occupati e autogestiti, dalle comunità migranti, dagli studenti e dalle studentesse, dai precari di questa città. Una manifestazione che ha vissuto già in alcune zone della città la sua preparazione, con iniziative, dibattiti, assemblee in piazza. Una manifestazione che rivendica diritti per tutti, che si oppone alla cementificazione selvaggia di questa città, che vuole rispondere con forza all’enorme precarizazzione dettata dai sindaci manager di destra o del PD. Siamo a ridosso di una giornata di ripresa di parola dell’altra città, che prima di tutto dice con forza che nessuno sgombero, di case occupate o centri sociali, sarà permesso.
Sarà proprio per questo, che mentre Alemanno, il neosindaco, lancia anatemi contro occupanti di casa, migranti e centri sociali annunciando sgomberi e legalità, più sicurezza e meno diritti, i fascisti, quelli di sempre, il braccio armato dei poteri forti, i mercenari dei potenti, tentano di far rumore a suon di bombe.
E’ cosi che alle 2.30 del mattino del 13 giugno, un gruppetto di fascisti ha tentato di piazzare un ordigno esplosivo ad alto potenziale davanti l’entrata del LOA Acrobax. Entrati nel parcheggio adiacente si sono diretti verso il cancello dell’entrata tentando di posizionare l’ordigno esplosivo mentre altre due macchine facevano da copertura. Poco prima c’era stata una iniziativa di preparazione e informazione sul corteo del 14 giugno e di sostegno a “city of god” un free press curato da alcuni precari della città. Dal tetto del Loa Acrobax, sempre presidiato da quando i fascisti hanno ucciso Renato Biagetti a Focene, i compagni prontamente hanno reagito, cosi da far fuggire i fascisti che hanno fatto esplodere l’ordigno a qualche centinaio di metri di distanza. Il Loa Acrobax è uno spazio socio-abitativo e subito tutti i compagni sono accorsi notando per lo più la presenza di alcune volanti della polizia poco distanti.
Questo atto infame che poteva avere conseguenze tragiche si inserisce dentro quel clima di svolta autoritaria e securitaria che pervade il paese e che vede i fascisti assumere il ruolo di sempre, quello di braccio armato dei potenti.
Il tentativo di far esplodere una bomba all’ingresso del Loa Acrobax, per lo più subito dopo una iniziativa a cui erano presenti centinaia di persone e di preparazione al corteo del 14 giugno, voleva essere un messaggio a quella città che lotta, che difende il diritto alla casa, al reddito, per i diritti sul lavoro, contro le morti da sfruttamento. Voleva essere un segnale a
tutta quella città che sabato 14 sarà in piazza e che urlerà con forza che ne gli sgomberi di Alemanno, ne le bombe dei noefascisti potranno cambiare la nostra voglia di lottare. Voleva essere un segnale contro chi in questi anni ha costruito un senso comune di lotta al neofascismo a partire dalla denuncia dell’equidistanza che vuole “rossi” e “neri” comparati sullo stesso piano. Lo diciamo con forza ancora una volta, cosi come lo gridammo quando Renato fu ucciso da due giovani fascisti a Focene: l’antifascismo non si processa, torturatori e liberatori non saranno mai sullo stesso piano! E lo diciamo con ancora più forza oggi dopo il tentativo di assalto all’università La Sapienza e dopo il vile tentativo di strage questa notte che solo la prontezza e la continua viglianza del territorio da parte dei compagni ha evitato mettendo in fuga i fascisti.
Denunciamo con forza il vile tentativo di attentato contro il Loa Acrobax.
Cosi come già successo a Casal Bertone, quando i neofascisti di Fiamma Tricolore furono respinti da un tentativo di assalto alle case occupate, il 13 giugno al Loa Acrobax abbiamo rivisto la capacità centro metrista dei seguaci del libro e moschetto e dello stragista perfetto.
Oggi come allora: i fascisti non passeranno!
Loa Acrobax
Aggressione neofascista alla Sapienza, la versione del collettivo Militant
15 Giugno 2008
Astenendoci dal formulare giudizi di sorta, pubblichiamo in formato integrale la controinchiesta elaborata dal collettivo Militant sui fatti verificatisi il 26 maggio in via de Lollis. Questo allo scopo di porre l’attenzione su di un clima politico che negli ultimi mesi ha visto, in particolare nella capitale, il riesplodere di tensioni e scontri imputabili al sorgere di una nuova violenza squadrista. Neofascismo che appare sentirsi protetto e legittimato dalle istituzioni locali e nazionali.
On line:
L’aggressione e l’auto a noleggio
La stampa e l’azione giudiziaria
La stampa e l’azione giudiziaria
15 Giugno 2008
5/ LA STAMPA
i fatti: sappiamo, da fonti sicure, che i dirigenti di Forza Nuova avevano già predisposto la copertura mediatica per la parata del 29 maggio, quando, nonostante i divieti e il presumibile schieramento di forza dell’ordine, avrebbero comunque provato a entrare nella città universitaria.
le considerazioni: quest’ultima notizia chiude il cerchio e dimostra che tutto era stato preventivato fin dall’inizio, anche se poi le cose, grazie soprattutto a Zapata e agli altri compagni che non sono scappati, non sono andate come si aspettavano. Quando i dirigenti di Forza Nuova hanno lanciato l’iniziativa a Lettere sapevano benissimo a cosa andavano incontro, sapevano del vespaio che si sarebbe sollevato così come sapevano che l’iniziativa sarebbe stata vietata. Lo sapevano perché, in fondo, era proprio quello il loro obiettivo. Attirare l’attenzione dei media, magari riuscendo anche a passare per “vittime” di una qualche forma di censura accademica.
Questa tattica, a Roma, è già stata adottata almeno altre due volte. Il 18 giugno del 2005 i forzanovisti provarono ad organizzare una manifestazione in un quartiere storicamente di sinistra come Centocelle. Nonostante lo scontato divieto della questura, una cinquantina di loro provò la forzatura arrivando allo scontro con le forze dell’ordine. Anche quella volta fra gli arrestati figurava il federale romano Martin Avaro. Il 12 gennaio del 2008 Forza Nuova ci riprova a Cinecittà, altro quartiere storicamente rosso, indicendo un sit-in contro l’usura. Ancora una volta momenti di tensione, ancora una volta pubblicità. Questa volta, però, crediamo che la provocazione sia stata finalizzata prevalentemente al marketing politico. Molto probabilmente il tentativo è stato quello di accreditarsi come partito di riferimento in un’area profondamente scossa dalla recente implosione della Fiamma Tricolore (partito egemone fino a poco tempo fa nella piazza romana) con la fuoriuscita dell’area che fa riferimento a Casa Pound e al circuito delle OSA e delle ONC. A farne le spese, ancora una volta, sono stati i militanti di sinistra che, oltre ai danni fisici, debbono ora guardarsi dalla beffa giudiziaria.
L’aggressione e l’auto a noleggio
15 Giugno 2008
3/ L’AGGRESSIONE
i fatti: verso le 12.30 di martedì 27 maggio una quindicina di studenti della Sapienza esce dall’ateneo ed inizia ad affiggere locandine e striscioni sopra i manifesti affissi nottetempo da Forza Nuova lungo Via de Lollis.
Una volta ricoperti quelli vicino all’ingresso dell’università il gruppo, “armato” solo di secchio e scopa, scende in direzione di piazzale del Verano raggiungendo il muro antistante l’Adisu.
Qualcuno nota un ragazzo sui 25 anni, con una camicia marrone, che, non appena si rende conto di quanto sta accadendo, accosta lo scooter sul quale viaggiava e inizia a telefonare. Non viene dato troppo peso a questo particolare, anche perché la zona antistante l’Università è da sempre considerata da tutti una zona “rossa”.
Tempo qualche minuto, però, e sul posto sopraggiunge una Hiunday grigio metallizzata targata DN827LD con a bordo 4 volti noti dell’estrema destra romana: Martin Avaro (28 anni, “federale” di Roma di FN), Gabriele Acerra (35 anni, coordinatore della sezione Prati di FN), Andrea Fiorucci (21 anni, segretario romano di Lotta Studentesca) e Federico Ranalli.
Contrariamente a quanto riportato dai giornali in quel momento il semaforo è verde e la strada è sgombra. Nonostante questo, però, la Hiunday inchioda e i 4 escono dal veicolo. Gabriele Acerra, che si trovava alla guida, impugna un cacciavite mentre almeno uno degli altri tre ha in mano una cinta. Partono urla e insulti nei confronti degli studenti poi, senza aver valutato bene i rapporti di forza, i fascisti caricano. La determinazione di una parte degli studenti, che non si lascia intimidire e non scappa, li respinge.
Gli aggressori sono costretti a tornare verso la macchina coprendosi la “ritirata” con il lancio di tutto quello che riescono a prendere dalle bancarelle dei venditori ambulanti che solitamente animano Via de Lollis. Gabriele Acerra afferra una sedia di legno e la rompe trasformando le quattro gambe in altrettanti bastoni dotati di estremità sporgenti e taglienti. Ecco quindi spiegata la presenza delle sedie che invece, secondo un comunicato di FN, sarebbero state portate dagli studenti per usarle come oggetti contundenti.
Esaurito il lancio di oggetti, i due gruppi vengono nuovamente a contatto e lo scontro si protrae, a fasi alterne, per diversi minuti.
La notizia dell’aggressione si diffonde, i rumori e il clamore di quanto sta accadendo fanno accorrere altri studenti, i rapporti di forza tornano nuovamente a favore degli aggrediti che, seppur meno “equipaggiati” dei fascisti, tornano ad essere nuovamente in numero preponderante.
E’ in questo momento che viene scattata la foto comparsa su tutti i giornali e che fornirà alle autorità giudiziarie il pretesto per ribaltare l’accaduto, trasformando un’aggressione fascista in una rissa.
Il traffico è paralizzato, decine di curiosi sono scesi dalle auto per osservare quanto sta accadendo cosicché gli aggressori, oltre a essere in minoranza numerica, ora si ritrovano anche sbarrata ogni possibile via di fuga. Tempo qualche secondo, però, ed iniziano a sentirsi anche le sirene delle volanti della polizia che “convincono” gli studenti a rientrare velocemente dentro l’università.
4/ L’AUTO A NOLEGGIO
i fatti: contrariamente a quanto affermato nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera la macchina su cui viaggiavano i 4 fascisti non appartiene a Martin Avaro, ma è di proprietà dell’agenzia AVIS di Via Tiburtina 1231.
le considerazioni: nessuno dei 4 fascisti abita in zona, tre di loro non sono neanche studenti universitari e anche la scusa di un fantomatico appuntamento con il prorettore è stata pubblicamente smentita dallo stesso Frati. Così come si è dimostrato falso quanto riportato nelle contraddittorie dichiarazioni di Fiore secondo cui i suoi quattro militanti erano impegnati in un volantinaggio o in un attacchinaggio. Ma allora, cosa ci fanno i 4 fascisti, più una probabile staffetta in moto, intorno all’Università su una macchina presa a noleggio? Semplicemente cercano qualche compagno da punire, tirando le reti della trappola allestita la notte precedente.
Nel 2001 Berlusconi tentò di rovesciare il governo iraniano in cambio di gas e petrolio
10 Giugno 2008
Con un rapporto di 52 pagine, che chiude un’indagine di quattro anni sulle attività dell’Intelligence americana che hanno preceduto l’invasione dell’Iraq, il “Select Committee on Intelligence”, la commissione bicamerale di controllo del Parlamento americano sulle attività dei Servizi Usa, approfondisce e documenta con dettagli inediti e cruciali il solco aperto nel 2005 dalle inchieste di Repubblica sul coinvolgimento, che si scopre ora anche finanziario, del governo Berlusconi e del nostro Servizio militare, il Sismi, allora diretto dal generale Nicolò Pollari, in piani clandestini per il rovesciamento del regime iraniano. Ne illumina la contropartita. Petrolio e gas.
La scena è Roma. La data, i giorni che vanno dal 10 al 13 dicembre 2001. Funzionari americani del Dipartimento della Difesa, nell’inconsapevolezza della Cia e della rete diplomatica del Dipartimento di Stato, raggiungono l’Italia per una serie di incontri organizzati con uomini di Teheran dal cittadino americano Michael Ledeen e dall’esiliato iraniano Manucher Ghorbanifar. Ledeen, nella sua lunga ed equivoca frequentazione con l’Italia, è un noto agente di influenza.
Un maneggione che vende, compra e manipola intelligence. Di Ghorbanifar, scrive il “Select Committee”: “E’ amico di vecchia data di Ledeen. Ha preso parte allo scandalo Iran-Contra nel 1986 e, già nel 1984, la Cia ha diramato una nota con cui lo definisce falsario e fonte inattendibile, avvertendo che “ogni ulteriore contatto con tale soggetto o con suo fratello Alì, dovranno essere segnalati ma non presi in alcuna considerazione”. Al tempo dello scandalo Iran-Contra, Ledeen è stato consulente del National Security Council e ha svolto un ruolo nello scambio di armi”. L’incontro ha la benedizione del governo Berlusconi e il supporto logistico del Sismi. Leggiamo.
IL MINISTRO MARTINO
“Secondo quanto lui stesso riferisce, Ledeen, ricevuto il via libera agli incontri dal Dipartimento della Difesa, ha preso contatto con un esponente del governo italiano, da lui descritto come un vecchio amico (si tratta dell’allora ministro della difesa Antonio Martino ndr.), informandolo del contesto dell’operazione. Ledeen aggiunge che il governo straniero (il governo italiano ndr.) predispone le necessarie misure per accogliere gli iraniani, mette a disposizione un luogo sicuro e fornisce un interprete a tempo pieno che segua gli incontri. Non è chiaro fino a che punto il vertice del Dipartimento della Difesa (Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Douglas Feith ndr.) sia all’epoca al corrente del coinvolgimento del governo straniero (il governo italiano ndr.). Rhode ritiene che lo sia. Franklin ricorda di averlo appreso a Roma, nel primo giorno di incontri. Un appunto del febbraio 2004, dell’ufficio del Segretario alla Difesa documenta tale consapevolezza, ma non la colloca nel tempo”.
I PARTECIPANTI
“Gli incontri hanno luogo in un appartamento di Roma, in tre diverse sessioni. Dal 10 al 13 dicembre 2001. Sono presenti Larry Franklin, funzionario dell’ufficio dell’assistente del Segretario della Difesa, Harold Rhode, dell’ufficio “Net assessments”, Michael Ledeen, Manucher Ghorbanifar, l’iraniano numero 1 omissis, un esiliato che vive in Marocco, l’iraniano numero 2 omissis, un ufficiale della Guardia rivoluzionaria e un non identificato civile del omissis (Sismi ndr.), che ha provveduto a mettere a disposizione la struttura e a fornire supporto logistico. (…) A sentire Ledeen, l’iraniano numero 1, omissis, è un ex guardiano della rivoluzione che, dopo essere stato accusato di tradimento e aver sofferto un anno di torture, è riuscito a fuggire dal Paese. Sempre secondo Ledeen, l’iraniano numero 2, omissis, è “un alto ufficiale dell’intelligence di Teheran”. I tentativi del Select Committee di trovare conferma a queste informazioni attraverso la Cia sono stati complicati da diversi fattori. Il primo iraniano aveva un nome comune di cui esistono diversi spelling. Il secondo, era conosciuto come un “venditore ambulante di intelligence”".
L’AGENDA DEI COLLOQUI
Di che devono parlare gli uomini arrivati a Roma? Esiste un “issue” ufficiale, trattato durante le riunioni. Questo.
“Durante gli incontri di Roma, Rhode prende contemporaneamente appunti su un taccuino e sul suo pc portatile. Il Committee, presa visione degli appunti scritti, può concludere che gli argomenti trattati durante le riunioni sono stati i seguenti:
* Esistenza di squadre speciali di attacco iraniane contro obiettivi e personale americano in Afghanistan
* Relazioni tra Iran e Olp
* Esistenza di un sistema di tunnel sotterranei in Iran per lo stoccaggio di armi e l’esfiltrazione dei leader del regime
* La percezione dell’Iran della capacità di presa di Saddam sull’Iraq
* L’aumento del sentimento antiregime in Iran
* L’atteggiamento del regime verso gli Usa
* Le rivalità tra le diverse agenzie di intelligence iraniane”.
“Notizie che servono a salvare vite americane”, come dirà Rumsfeld, tempo dopo. Ma che Franklin, interrogato dal Committee, fatica a confermare: “Oggi non posso essere certo che quelle notizie siano state davvero utili”.
Il generale Pollari, interpellato a suo tempo da Repubblica sul contenuto degli incontri, propone la stessa innocua versione. Minimizza: “Non sono nato ieri. Quando il ministro (Martino ndr.), mi dice di provvedere, mi incuriosii. E’ il mio mestiere. Al meeting che si è tenuto in un appartamento coperto di piazza di Spagna, ho mandato un paio dei miei uomini. L’interprete dal Farsi era mio. Volevo sapere cosa bolliva in pentola. Cosa stavano preparando. Sì, c’erano carte dell’Iran sul tavolo…”.
Pollari non dice il vero. Perché ecco cosa scopre il “Committee”.
L’AGENDA SEGRETA
“Mentre sono a Roma, Franklin e Rhode vengono coinvolti in discussioni che vanno al di là della semplice acquisizione di informazioni dalle fonti iraniane. Franklin ricorda che Ghorbanifar ha in realtà in cima alla sua agenda un cambio di regime in Iran. Una sera, a Roma, durante un colloquio in un bar, Ghorbanifar gli espone il suo piano scrivendone su un tovagliolo di carta. Il piano prevede il collasso del traffico cittadino a Teheran, attraverso una serie di blocchi stradali dei nodi periferici di accesso alla città e altre azioni distruttive in grado di creare ansia nella popolazione. Per l’operazione, Ghorbanifar chiede 5 milioni di dollari e aggiunge che, se la cosa dovesse funzionare, altro denaro servirà successivamente. I ricordi di Franklin sono confermati da Rhode e da Ledeen”. Il piano di Ghorbanifar è noto al Sismi e al governo Berlusconi. Che offrono piena disponibilità. Leggiamo ancora.
IL COINVOLGIMENTO DI ROMA
“A Washington, la richiesta di fondi da parte di Ghorbanifar e il coinvolgimento nel piano di rovesciamento del regime di Theran da parte del governo straniero (il governo italiano ndr.) non viene, né verrà mai compresa fino in fondo. Quando, all’inizio del 2002, il Dipartimento della Difesa comincia a ricevere richieste sul punto, vengono redatti una serie di testi riassuntivi degli incontri di Roma. Una sinossi preparata a metà febbraio 2002, sulla base degli input ricevuti da Franklin, documenta che Ledeen e Ghorbanifar hanno messo al corrente “del sostegno e del finanziamento del governo straniero (il governo italiano ndr.) attraverso omissis società multinazionali estere. Il rapporto prosegue indicando che i costi ammonterebbero a milioni di dollari per coprire le spese di “esfiltrazione e rientro di numerose fonti, acquisto di visti, e loro eventuale sistemazione all’estero”. Una versione successiva di questo stesso rapporto, datata 12 febbraio 2002, fa riferimento a futuri contratti che “assicureranno vendite di petrolio e di gas nell’ipotesi di un cambio di regime”. Un’ulteriore memo del luglio 2002, fa riferimento ad “accordi per affari multimilionari che il omissis del governo straniero (il Sismi ndr.) ha messo in piedi per due degli interlocutori iraniani”.
25 MILIONI DI DOLLARI
Apparentemente, nessuno a Washington approfondisce fin dove il governo Berlusconi vuole essere o è già della partita iraniana. “Nonostante la descrizione cangiante del coinvolgimento straniero (italiano ndr.), non vi fu nessun tentativo del Dipartimento della Difesa o di altro soggetto o entità del governo americano di verificare le reali intenzioni del governo straniero (il governo italiano ndr.) nel suo rapportarsi con gli iraniani o con lo stesso Ghorbanifar”. Ufficialmente “il piano di regime change di Ghorbanifar non ha seguiti”. Ma, altrettanto ufficialmente, il trafficante iraniano, già nel febbraio 2002, dalla richiesta iniziale di 5 milioni di dollari è già arrivato a 25. “A sentire lui - si legge in una nota del Dipartimento della Difesa che annota la cifra - il mondo intero è della partita…”.
di Carlo Bonini
“Forum italiano Movimenti per l’acqua”: il 21 giugno giornata di mobilitazione nazionale
6 Giugno 2008
Il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua lancia per il 21 giugno una giornata nazionale di iniziativa, mobilitazione e comunicazione sociale per:
· l’immediata discussione e approvazione della legge d’iniziativa popolare
· la gestione pubblica del servizio idrico e la lotta alle privatizzazioni
· la gestione democratica del servizio idrico attraverso la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini
· la tutela e la conservazione della risorsa e la lotta agli inquinamenti
· la difesa di tutti i beni comuni come diritti e la lotta alle politiche liberiste Leggi il resto
Per coprire i buchi aperti con le promesse elettorali, il governo taglia i fondi sociali
4 Giugno 2008
Il governo mantiene le promesse elettorali. E dunque via l’Ici e sgravi sugli straordinari (ma non per i dipendenti pubblici, per ora).
Nel bilancio dello Stato, si apre però una autentica voragine: mancano all’appello tre miliardi di euro, che l’esecutivo ha infine deciso come recuperare. Tagliando altrove, ovviamente. Basta scorrere il decreto legge 93 del 27 maggio pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale per capire come. Leggi il resto
E mentre proliferano gli aereoporti, la compagnia aerea di bandiera…
3 Giugno 2008
“Canale Zero”: riflessioni sull’11 settembre e sul futuro della sinistra
28 Maggio 2008
Gentile On. Giulietto Chiesa,
Le scrivo per comunicarLe che ho aderito al progetto Canale Zero. Per ora mi unirò al comitato promotore di Bologna, poi pian piano contribuirò economicamente con quello che posso. Ha aderito anche la mia compagna e una delle mie sorelle sta per farlo.
Tutti noi stiamo cercando di far conoscere l’iniziativa e la ringraziamo per quello che sta facendo.
Io ho anche parlato del progetto ad alcuni compagni di Bari (città in cui passo alcuni mesi l’anno), spero che anche lì possa presto nascere un comitato promotore.
Vorrei porLe ora due questioni:
1. Questa prima è in verità una comunicazione. Ieri, durante un seminario che si è svolto alla Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna, ho assistito a uno scambio di battute tra il Prof. Diego Marconi e il Prof. Umberto Eco. Marconi, illustrando l’argomento di Wright, mostrava come non avere p non vuol dire necessariamente avere non-p. Eco ribatteva con questo esempio: “Le prove di un carteggio Churcill-Mussolini non sono mai state trovate, quindi noi pensiamo che il carteggio non ci sia mai stato”. E’ insomma lo stesso argomento che Eco muove nel caso dell’11/9 (la gola profonda per intenderci). Il contro-esempio di Marconi è stato però illuminante (per Eco intendo): “Mettiamo che io mi presenti in un tribunale e dica di avere la prova dell’inesistenza del carteggio Churcill-Mussolini, e che tale prova consista nel fatto che una prova non è stata mai trovata. Ma questa ovviamente non sarebbe una prova della non esistenza del carteggio e susciterei di certo l’ilarità del giudice”. Di certo è che ha suscitato l’ilarità complice dei presenti. Eco ha sottolineato che comunque noi nel quotidiano è così che ci muoviamo: se non abbiamo p inferiamo di avere non-p. Marconi ha ribattuto che noi in realtà ci muoviamo per lo più sulla base di abiti. A quel punto Eco, che è uno dei maggiori studiosi di Peirce (ed è per questo che mi stupisce ancor di più la sua presa di posizione sull’11/9) ha dovuto convenire.
Mi sono concesso questo piccolo aneddoto, credendo che le potesse interessare.
2. Una domanda. Cosa ne pensa dell’appello per l’unità dei comunisti che si può trovare all’indirizzo www.comunistiuniti.it? Crede che possa essere un punto di partenza per poi creare un più ampio Movimento per il Bene Comune?
Mi perdoni se mi sono dilungato. La ringrazio per l’attenzione.
Cordiali saluti.
Caro Andrea, molte grazie per la tua lettera e per l’aneddoto. Credo che il dialogo tra Eco e Marconi sia davvero illuminante. Del fatto che l’intellettuale, se abbassa la guardia teorica per non avere disturbi di carattere politico, finisce per dire delle sciocchezze teoriche e, anche, politiche.
Sulla seconda domanda ho già risposto più volte (nelle lettere troverai più d’uno spunto). La risposta è negativa. Non si può più unificare niente sotto la falce e martello. La sinistra si è screditata. Io sono comunista da quando faccio politica. Comunista italiano, gramsciano. Ma non sono cieco e sordo. La storia ha creato un’onda di ripulsa che non potrà essere fermata dalla buona (ma anche ottusa)volontà di minoranze ormai esigue. Ripartire testardamente da quella trincea, ormai sbrecciata significa essere sconfitti prima ancora di cominciare. E’ una questione di elementare realismo. Il che non significa che ciascuno debba rinunciare alle sue idee. Significa che deve sapere che quelle idee non possono fare breccia nei milioni.
E, in secondo luogo, la seconda domanda è: ma davvero si dovrebbe cominciare da lì? Ci serve? E’ indispensabile? Io penso che la crisi del capitalismo globalizzato abbia ormai superato, per ampiezza e profondità strutturale, i confini del marxismo. L’umanità è minacciata. Il che significa che non sono solo i poveri del pianeta a dover temere per la loro sorte, ma anche i lavoratori più ricchi del nord del mondo, e perfino i residui dei ceti medi, e perfino quelli che hanno votato Berlusconi.
Io so che questo discorso può essere compreso da molti che non sono mai stati di sinistra e che, anzi, odiano la sinistra. Posso propormi di farmeli alleati su questi temi? Io penso di sì, ma sarei decisamente cretino se gli imponessi di diventare di sinistra come condizione per venire con me. Mi manderebbero (giustamente) a quel paese.
Non ho nessuna necessità di delimitare l’arco dei miei potenziali alleati. Il discorso del Bene Comune è un discorso di tutti e va fatto a tutti. E il discorso più radicale, più rivoluzionario che si possa fare in questa epoca che prelude alla tempesta. L’appello all’unità dei comunisti è la prova definitiva che i partiti che si richiamano al comunismo hanno perduto ogni capacità di guida delle masse. Purtroppo per loro e anche per noi, perchè adesso faranno altri guasti, oltre a quelli che hanno già fatto.
Giulietto Chiesa
Fascismo: quella vergognosa premessa firmata con il sangue di Giacomo Matteotti
22 Maggio 2008
“Noi contestiamo in tronco la validità delle elezioni di aprile. La vostra lista ha ottenuto con la forza i voti necessari per far scattare il premio di maggioranza. Chiediamo il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza”. 30 maggio 1924, Camera dei Deputati, prende la parola Giacomo Matteotti. Lancia, o almeno tenta fra continue interruzioni, urla e ingiurie, un forte discorso accusatorio.
In aprile si sono svolte le elezioni italiane, per la prima volta regolate dalla legge Acerbo, e il Partito Nazionale Fascista ha vinto con il 65% di voti. Quel giorno la Camera è chiamata a convalidare la nomina dei deputati appena eletti.
Giacomo Matteotti, deputato, segretario del Partito Socialista Unitario si alza, prende la parola, e firma la sua condanna a morte.
C’è agitazione in aula, le urla dagli scranni di parte mussoliniana sono incessanti, le interruzioni continue. Tenta di denunciare il clima che si è creato in Italia, sconfessa i metodi usati dalle milizie fasciste di Benito Mussolini per ottenere risultati, accusa senza mezzi termini le pressioni e le violenze subite dai candidati di parte avversa. Parla e descrive a chiare lettere un sistema antidemocratico, dittatoriale, pericoloso. Lo fa nel nome dei cittadini italiani, della loro dignità violata da un sistema che gli impedisce la libera scelta, che li costringe ad essere governati con l’uso della forza. “Nessun elettore si è trovato libero di fronte al quesito se approvasse o meno la politica o, per meglio dire il regime, del Governo fascista”. “Hanno votato otto milioni di italiani!” lo interrompono, “nessuno di loro – ribatte – si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto”. Accusa la milizia, “Viva la milizia fascista! Non si tocca la milizia!” gli fanno eco dalle tribune alla destra. Conclude, i colleghi di partito si complimentano, lui li incalza: “Il mio discorso l’ho fatto. Voi adesso preparate l’orazione funebre per me”. Sarà l’ultima volta che Matteotti prende parola in aula, perché pochi giorni dopo verrà rapito e assassinato dagli uomini del Regime, che forse credono di interpretare l’appello lanciato da Mussolini sul “Popolo d’Italia”, quando scrive che “è necessario dare una lezione al deputato del Polesine”.
L’ASSASSINIO. È la sera dell’11 giugno 1924 quando il deputato socialista Giuseppe Modigliani denuncia alla questura di Roma la sparizione dell’onorevole Matteotti, uscito di casa il pomeriggio del giorno precedente, e mai rientrato. Le prime indagini accertano che il deputato è stato aggredito sul lungotevere Arnaldo Da Brescia, malmenato, quindi fatto entrare con forza in una vettura, di cui i testimoni riferiscono il numero di targa. L’auto risulta presa a noleggio dall’avvocato Filippo Filippelli, direttore de “Il Giornale” politicamente schierato con il fascismo, e poi consegnata ad Amerigo Dumini, uomo di Mussolini e intimo amico di Cesare Rossi, il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei Ministri. Dumini ha alloggiato insieme ad altre sette persone, all’hotel Dragoni a Roma, nei giorni che precedono l’omicidio. Ci sono, tra gli altri, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Quando l’auto viene ritrovata, la sera del 12 giugno in un’autorimessa di via Frattina, ha i vetri infranti e il sedile posteriore macchiato di sangue. Vengono tutti arrestati, e durante l’interrogatorio sarà il Volpi a riferire che “il contegno di Matteotti è stato assolutamente spavaldo. Mentre lo pugnalavamo ci urlava “uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai!”, forse se si fosse umiliato e avesse riconosciuto l’errore della sua idea non avremmo compiuto il fatto fino in fondo”. La confessione c’è. Il delitto politico è compiuto, e le reazioni nel paese non tardano ad arrivare. Viene alla luce, lentamente, quel doppio binario su cui il fascismo ha viaggiato fin dal 1922: l’appoggio istituzionale da un lato, con il gabinetto mussoliniano che cerca accordi politici nell’area cattolica e liberale, e il sottobosco clandestino. Quello delle “squadracce” nere che seminano il panico nella popolazione, che moltiplicano le violenze e ottengono il plebiscito elettorale a colpi di intimidazioni. Sono le accuse che Matteotti si prende la democratica licenza di lanciare, e che paga con una pugnalata nel costato prima di essere abbandonato nel bosco della Quartarella, lungo la via Flaminia, a 23 chilometri da Roma.
È qui che viene ritrovato, la mattina del 16 agosto, in evidente stato di decomposizione. Sarà riconosciuto con una perizia odontoiatrica, e gli esami disposti sul cadavere accerteranno che è morto per una ferita da arma da taglio, inferta quando era ancora all’interno dell’auto. A nulla sono serviti, allora, i chilometri corsi lungo la Flaminia per occultare il corpo, nascondere le prove di un regime che uccide i suoi oppositori politici per appianare i dissensi e radicalizzare il suo potere. Alla fine del lungo processo Dumini, Viola e Poveromo saranno condannati a 30 anni di reclusione, mentre Rossi e Filippelli verranno individuati come mandanti. Le responsabilità dirette di Mussolini nell’ordinare il fatto non saranno mai riconosciute ufficialmente.
LE REAZIONI PUBBLICHE. Insieme alla notizia dell’assassinio di Matteotti arrivano le reazioni allarmate della popolazione, e di quelle categorie sociali che hanno dato il loro indiscriminato appoggio al successo elettorale del “listone” fascista. Sono i “profondi disagi della coscienza” che esternano pubblicamente gli industriali, mentre l’opinione pubblica d’un tratto si capovolge; Giovanni Giolitti esce dalla maggioranza e Antonio Gramsci propone uno sciopero generale. Si ribaltano le carte e Mussolini, su cui ricade il sospetto di aver ordinato l’omicidio, è sul filo del rasoio. Può mollare, e dare quelle dimissioni che l’opinione pubblica si attende, o scegliere il giro di vite che determinerà il suo potere incontrastato. Intanto, già dal giugno precedente, i parlamentari dell’opposizione hanno riparato sull’Aventino, scegliendo la via della secessione e firmando, di fatto, la loro estraneità a una battaglia politica ancora da giocare, chiamandosi fuori dalle aule parlamentari in segno di protesta contro un sistema che di democratico oramai non ha più nulla. E mentre è ancora fresca la notizia del ritrovamento del corpo di Matteotti, il giornale di Giorgio Amendola, “Il Mondo”, annuncia che sta per pubblicare un dettagliato documento d’accusa contro il capo del governo: un memoriale di Cesare Rossi, che fa ricadere la responsabilità dell’omicidio direttamente sulle spalle di Mussolini.
Il clima nel paese si fa pesante. Se da una parte vengono chieste le dimissioni del governo, e l’annullamento del risultato delle elezioni d’aprile, dall’altro l’incerta e zoppicante trattativa fra l’opposizione che si è auto esiliata dalle aule e una monarchia che avrebbe la possibilità di frenare l’avanzata del fascismo mette il paese a rischio di una guerra civile che non si può permettere. Amendola lancia l’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche in un accorato appello alla mobilitazione, e il 27 dicembre “Il Mondo” pubblica le confessioni di Rossi. A distanza di due giorni sarà un editoriale del Corriere della Sera a chiedere a Mussolini di fare “la cosa più saggia: dare le dimissioni e mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria”.
Il confine è toccato, l’iniziativa adesso va presa. Mussolini convoca il Consiglio dei Ministri e decide di giocare il tutto per tutto. In un discorso alle aule fatto il 3 gennaio 1925 compirà il suo gesto di forza, assumendosi tutte le colpe che ricadono sul suo movimento, in chiara allusione all’omicidio Matteotti.
IL BATTESIMO DEL REGIME. “Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (…). Se il fascismo non è stato altro che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.
I “vivissimi applausi” che il verbale dell’aula riporta sono l’inizio ufficiale del regime.
Nel giro di un anno saranno emanate quelle “leggi fascistissime” che cancelleranno ogni residuo di libertà per il paese, il parlamento sarà svuotato del suo potere e alla fine di questa lunga pagina di storia Giacomo Matteotti sarà solo una fra le molte vittime della violenza fascista. Da ricordare per l’impegno politico e l’altezza morale, o anche solo per quelle parole che risuonavano fra gli scranni parlamentari, quando ammoniva i deputati fascisti quasi con un’accorata e umana preghiera. “Voi dichiarate ogni giorno di voler ristabilire la legge. Fatelo, se siete ancora in tempo. Altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza la ragione morale della Nazione. Non continuate più a tenerla divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema provoca licenza e rivolta. Se invece la libertà è data ci possono essere errori ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, al quale mandiamo il più alto saluto e di cui crediamo di rivendicare la dignità”.
Cecilia Dalla Negra

