Acquedotto Pugliese: un sindacalista denuncia la nefasta privatizzazione

8 Maggio 2008

Il senso di frustrazione e di annichilimento che, in questi giorni, pervade l’animo di tutte le maestranze presenti in Acquedotto Pugliese è dovuto, in particolar modo, alla discutibilissima forma di privatizzazione intrapresa all’indomani del Commissariamento, deciso dal Parlamento Italiano, in virtù di vistosi “difetti” nella gestione economico-finanziaria determinatasi alla fine degli anni novanta.
Di qui parte la via crucis di coloro che, pur essendo il vero cuore pulsante di un “Azienda” la cui mission è distribuire l’acqua potabile alla sitibonda Puglia, sono stati additati, dai vari management succedutisi sino ad oggi, quali veri responsabili di tutte le nefandezze che su di essa sono state perpetrate. Fa eccezione il Prof. Riccardo Petrella che, per quanto nelle sue possibilità, ha tentato di dare una dimensione di grande prestigio al nostro Acquedotto e agli acquedottisti.
Varie sono le leggende metropolitane che aleggiano su questa Azienda: si va dagli stipendi d’oro alle pensioni d’oro, dalle perdite di rete del 60% all’acqua sporca che sgorga dai nostri rubinetti.
Ad onore del vero, e non per difendere la categoria alla quale mi onoro di appartenere, devo dire che gli stipendi sono a prova di ostensione pubblica della busta paga, le pensioni sono quelle dell’INPS, le perdite di rete sono non più del 25% (le altre sono di carattere amministrativo, fisiologiche ma sicuramente non di rete). Questo va detto per rispetto verso tutte le professionalità, e sono tante, che ogni giorno sono sugli impianti di sollevamento, di distribuzione idrica e di depurazione a far si che i cittadini pugliesi ogni giorno abbiano quel miracolo, voluto cento anni fa, che è l’acqua corrente, il servizio di fognatura e di depurazione, tutto ad altissimo livello tecnologico. Infine, e questo lo posso dire con soddisfazione, la nostra acqua è tra le migliori e viene controllata batteriologicamente ogni 24 ore!!!…… altro che acque “minerali” in bottiglia!
Oggi viviamo in un’azienda che vive perennemente sospesa tra una campagna elettorale e l’altra, tra un cambio di maggioranza e l’altro, tra un colore e un altro. Così facendo si vive in un sistema senza più quelle protezioni che il vecchio ordinamento parastatale metteva in tema di assunzioni e di progressione di carriere. Pertanto, ci troviamo nella situazione per cui ci sono almeno tre tipi di lavoratori: quelli che vanno avanti; quelli che retrocedono e quelli che rimangono fermi al palo. Tutti e tre sono vittima di un potere che non li riconosce dal valore delle loro prestazioni bensì dal cognome altisonante e, non di meno, dal portafoglio elettorale che sono capaci di esibire. E la professionalità e il know – how? Niente da fare, ci si abitua a mangiare con il muso nella sacca come fanno i cavalli, mangiare e camminare e lavorare e come premio la zolletta di zucchero a fine giornata e non per tutti ma a discrezione del conduttore del calesse, mentre davanti a te vedi passare giovani appena assunti, freschi di laurea e con la carriera risolta in qualche mese.
Molti come me in passato sono stati pienamente convinti che la privatizzazione, almeno per quello che regolamentava i rapporti tra classe dirigente e lavoratori, avrebbe portato sostanziali miglioramenti e una condizione salariale più dignitosa, più attenta alla meritocrazia, più attenta anche nell’applicare equi inquadramenti.
Tuttavia, ci siamo dovuti ricredere. Non esistono da lungo tempo corrette relazioni industriali con le parti sociali nonostante un protocollo d’intesa sottoscritto dalle parti dopo una denuncia all’autorità giudiziaria ex art. 28 dello Statuto dei Lavoratori (comportamento antisindacale) fatto dalla CGIL, per la cronaca: giorni fa sempre la FILCEM – CGIL ne ha presentato un altro. Ma, soprattutto, abbiamo dovuto prendere coscienza che il bene acqua, come bene comune, deve essere accessibile a tutti e gestita nell’interesse generale della collettività, non finalizzata alla produzione del profitto. L’ACQUA NON E’ UNA MERCE, E I CITTADINI NON POSSONO ESSERE CONSIDERATI CLIENTI! L’acqua, nel minimo vitale, deve essere garantita a tutti.
Diversamente avremmo perduto la nostra civiltà. Ed è questa convinzione, che ha spinto una parte di noi lavoratori (oggi ancora più numerosi rispetto alla fase iniziale), ad entrare nel movimento per la ripubblicizzazione dei servizi idrici, a partecipare alla campagna per la Legge di Iniziativa Popolare e a contribuire alla raccolta delle oltre 400.000 firme (di cui circa 30.000 solo in Puglia), un numero, fra l’altro, di gran lunga superiore rispetto alle 50.000 necessarie per presentarla in Parlamento. Personalmente sono convinto che l’acqua e la gestione dei servizi idrici (problematica, comunque, mondiale), debbano essere affrontati in un quadro statale chiaro, che eviti i possibili egoismi territoriali.
I lavoratori dell’Acquedotto Pugliese si uniscono a tutti quei Pugliesi che si sono impegnati per arrestare il processo di privatizzazione avviato e in corso e per evitare che nel futuro l’acquedotto pugliese possa finire nelle mani di una holding multinazionale che, dovendo far profitto da un bene fondamentale alla vita, aumenti i prezzi del servizio in misura insostenibile (come è già accaduto in numerosi altri casi in Italia) e, ancor peggio, controlli e decida su un bene che è un diritto umano inalienabile, fondamentale alla vita di ogni essere vivente. L’acqua e, dunque, l’Acquedotto Pugliese è un BENE PUBBLICO E COMUNE che va difeso con le unghie e con i denti come la gente di Puglia sa fare.
Gianni Carella, Rappresentante Sindacale Unitario - AQP