Mafia, a Palermo si paga persino il pizzo su beni primari come acqua, luce e gas

17 Luglio 2008

Nel quartiere Zen, periferia di Palermo, i cittadini continuano a pagare il pizzo alla mafia per avere acqua corrente, luce e gas. Un particolare emerso nell’inchiesta denominata “Addio pizzo 3” condotta dalla polizia, che conferma quanto già accertato tre anni fa nel corso di un’altra indagine antimafia.
In un capitolo della misura cautelare chiesta dai pm della Dda, la Direzione distrettuale antimafia, dedicato proprio alle estorsioni alle case popolari dello Zen, i magistrati ricostruiscono i taglieggiamenti di Cosa nostra ai cittadini e scrivono: “è grave e triste dirlo: la situazione sembra quasi ineluttabile, tanto che è continuata nonostante la precedente indagine del 2005”.
Molti degli abitanti dei cosiddetti padiglioni del quartiere hanno occupato abusivamente gli alloggi in cui vivono e non hanno allacci regolari. Cosa nostra sopperisce al problema in cambio di denaro: consentendo l’allaccio irregolare ai pali elettrici e aprendo le condutture dell’acqua a orari prestabiliti. A raccogliere il pizzo è, generalmente, il capocondomino di ciascun complesso. A confermare quanto già i magistrati avevano scoperto tre anni fa sono nuovi pentiti che hanno parlato di una imposizione “di 20-30 euro per ciascun nucleo familiare”.

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Peppino Impastato: a 30 anni dalla morte, quando gli eroi diventano i mandanti

12 Maggio 2008

Nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, viene ritrovato il corpo straziato di Peppino Impastato, militante di sinistra, fondatore di Radio Aut, da cui scagliava le sue accuse contro la mafia siciliana. Nel trentennale della morte un pezzo per non dimenticare l’impegno di un giovane che ha segnato la storia della lotta alla mafia.

 di Cecilia Dalla Negra

 CINISI, PALERMO, SICILIA. “Era una notte buia dello stato italiano/quella del 9 maggio ‘78/ la notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro/ l’alba dei funerali di uno Stato”. Così cantano i Modena City Ramblers, nel pezzo “I cento passi” dedicato alla memoria di un giovane che ha dedicato la sua vita e il suo impegno alla storia della lotta contro la criminalità organizzata in Sicilia. Nella Sicilia di un piccolo paese come Cinisi, nel quale Peppino nasce, cresce e muore. Terra controllata da Cosa Nostra, che dà i natali a lui, come al boss Tano Badalamenti. Terra che ospita infinite contraddizioni: quelle dei braccianti espropriati delle terre per la costruzione dell’aeroporto a Punta Raisi; quelle delle forze dell’ordine che camminano a braccetto con i boss mafiosi; quelle della famiglia Impastato che si imparenta con la mafia, crescendo un erede che non rispetterà le regole imposte dall’affiliazione, iniziando a 17 anni a scrivere e parlare con l’arma della satira.
“Una risata li seppellirà tutti”, recitava un vecchio slogan caro alla sinistra, che Peppino Impastato aveva eletto a motto di una vita, costante denominatore di un’esistenza breve, ma in grado di lasciare un segno indelebile di impegno politico: dalle pagine di un giornale come dalle marce a fianco dei contadini, dalle sedi di partito come dalle frequenze di una radio che aveva avuto il coraggio dell’oltraggio maggiore, lo sberleffo del capo dei capi, la satira irriverente e aspra contro i “sultani” del paese confinati a macchietta di colore, caricatura di se stessi.
È il 1976 quando Radio Aut apre i battenti per mettere in onda, fra musica e informazione, “Onda pazza a Mafiopoli”, la creatura di Peppino Impastato, la sua arma contro la mafia di Badalamenti che controlla Cinisi, e da Cinisi con il suo aeroporto i traffici di droga fino ad oltreoceano. Quello stesso aeroporto che oggi porta il nome di altre due vittime della violenza mafiosa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,  che seguiranno le sorti del giovane Peppino venti anni dopo, con la stessa pratica violenta e subdola del tritolo.

LA MAFIA DENTRO CASA. Dichiara guerra alla guerra della mafia contro lo Stato, e paga con la vita un prezzo che neanche il padre, uomo “d’onore” imparentato alla famiglia mafiosa Manzella, riuscirà a scontare intercedendo dentro e fuori dal paese, fino in America con un viaggio dal quale tornerà sconfitto, ché su una progenie come la sua il potere mafioso non può certo chiudere un occhio. Una delle sorelle del padre ha sposato Cesare Manzella, capo mandamento di Cosa Nostra con delega su Cinisi, eliminato nel corso della prima guerra di mafia proprio da Tano Badalamenti, che da quel momento assumerà il controllo della zona. È il 1963, e continuerà ad esercitare il suo potere fino all’arresto, nel 1984, per riciclaggio di denaro sporco nell’ambito dell’affare “Pizza connection”, un business di droga che usava come base una serie di pizzerie negli Usa tramite la famiglia siciliana immigrata dei Bonanno. Viene condannato nel 1987 a 45 anni di reclusione, che sconterà senza pentirsi né collaborare con la giustizia. E in Sicilia, Badalamenti, non è stato da meno. È a colpi di corruzione che si accaparra le autorizzazioni per costruire proprio quell’aeroporto di Punta Raisi che strappa le terre ai contadini, contro il quale si battono con dimostrazioni e marce, con Peppino in prima linea al loro fianco. Una questione di giustizia sociale la sua, ma anche di lotta contro una mafia che controlla Cinisi e la strangola, e che cerca inutilmente di far tacere le sue voci di ribellione e dissenso.

L’INIZIO DELLE LOTTE. Inizia presto Peppino, ha 17 anni quando fonda “L’Idea Socialista”, dalle cui pagine diffonde articoli infiammati contro politici e uomini delle istituzioni corrotti, in cui racconta l’essenza di un paese fatta di regole non dette da rispettare nel silenzio, la pratica di un’omertà data per scontata, di un onore deviato da salvaguardare. Ha vita breve il suo giornale, nel giro di due anni l’autorità giudiziaria ne intima la chiusura, che avviene nel marzo del ‘67. Ma l’attività di Peppino, la sua lotta, è appena cominciata. L’anno successivo è quello della rivolta globale. È il maggio parigino che invade le strade e le menti, che sovverte le regole del mondo conosciuto e arriva anche a Cinisi, dove i contadini scendono in piazza contro Punta Raisi, dove i giovani insieme a Peppino danno vita a collettivi culturali, femministi e pacifisti, come “Musica e Cultura”.

DAGLI ANNI ‘70 A RADIO AUT. Poi vengono gli anni di “Lotta continua”, di “Democrazia Proletaria”, quando il suo nome incontra quello di un’altra futura vittima della mafia, quel Mauro Rostagno che verrà assassinato nel 1988. “Rostagno rappresenta per me un compagno fidato – scrive in un diario – comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi. L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida”. La disperazione di chi è solo, in cui spesso si trova chi lotta contro la mafia, un dramma incastonato nella consapevolezza di una morte vicina, una condanna annunciata dal Badalamenti che diventa un “tano seduto” governatore della Cinisi “mafiopoli” nelle parole irriverenti di Peppino che non risparmia nessuno, che non fa sconti e non omette niente, che tocca gli intoccabili ed è destinato – lo sa bene – a pagare un prezzo caro.
“Gli amici, la politica, la lotta del partito/ alle elezioni si era candidato/ diceva da vicino li avrebbe controllati/ ma poi non ebbe tempo perché venne ammazzato”. Continuano le strofe della canzone, e raccontano di una scelta coraggiosa. Quella di non fuggire, di restare in mezzo ai suoi nemici. Quella di candidarsi alle elezioni comunali di Cinisi, di entrare pulito dentro un mondo sporco, per cambiarlo dall’interno, forse, per controllare da vicino colpevoli, responsabili, corrotti e corruttori. Le elezioni sono fissate per il 14 maggio 1978, Peppino è candidato con Democrazia Proletaria. Le vincerà, ma senza poterlo sapere.

9 MAGGIO 1978. La notte buia dello Stato italiano, quella in cui viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro in via Caetani, assassinato dalle Br dopo 55 giorni di prigionia. Quella in cui Badalamenti decide che è arrivato il momento di far tacere Peppino Impastato. Il suo corpo minuto viene legato ai binari della stazione, tritolo sotto, tritolo in bocca, uno di quei messaggi in codice nel lessico mafioso che parlano chiaro a chi ha parlato troppo.
Con il mattino arriva la disperazione dei compagni di Peppino, e le menzogne che hanno avvolto per anni il tragico assassinio. Stampa, forze dell’ordine, magistratura: tutti a ripetere che si tratta dello “sfortunato” esito di un attentato terroristico che lo stesso Impastato stava preparando, tutti complici di un tentativo di depistaggio delle indagini per insabbiare la vera matrice mafiosa del delitto. Poi, quando l’ipotesi fa acqua da ogni parte, si parla di suicidio. “Era triste, era solo, disperato”. Però era un combattente, che aveva avuto nei 30 anni della sua vita il coraggio di lottare a viso aperto contro un potere solido e radicato. Gli amici di Peppino, il fratello Giovanni, la madre Felicia, il Centro di Documentazione che poi gli sarà intitolato sanno, e decidono di rompere il silenzio. Raccolgono documenti e testimonianze, finché l’inchiesta non viene riaperta.

LA VICENDA GIUDIZIARIA. Al tribunale di Palermo lavorano personaggi come Antonino Caponnetto e Rocco Chinnici – vittime in seguito della mafia – ed è proprio quest’ultimo che, prima di essere assassinato, emette una sentenza che individua la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino, il cui caso verrà ugualmente archiviato nel 1992, per l’impossibilità secondo la Corte di individuarne i colpevoli. Due anni dopo il “Centro Impastato” presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, avvalendosi della testimonianza del pentito Salvatore Palazzolo, che fa i nomi dei mandanti. Sono Tano Badalamenti e Vito Palazzolo. Il lungo processo per l’omicidio Impastato si chiude nel marzo del 2001 con l’ergastolo per il “tano seduto” che aveva avuto la sua vendetta, e che morirà in un carcere statunitense tre anni dopo.
I LIBRI, IL FILM.  Molto è stato scritto dopo la morte di Peppino per conservare la memoria del suo lavoro, e i primi tentativi di realizzare un film che ne raccontasse la vita risalgono al 1979. Ma è Claudio Fava che riesce nella sceneggiatura, la cui regia sarà affidata a Marco Tullio Giordana, di un film che avrà il merito di ricostruire la vicenda di Peppino, e consegnarla alla coscienza dell’opinione pubblica. E’ il 2000, e nelle sale italiane esce “I cento passi”. Quelli che c’erano fra la casa dove era nato e cresciuto Peppino, e quella dove vive Badalamenti. Il film partecipa al Festival di Venezia, ed entusiasma il pubblico. Continua a lungo a girare nelle sale, facendo conoscere una storia dimenticata. Le scuole di tutta Italia, le università, le associazioni culturali scoprono Peppino Impastato e proiettano il film aprendo dibattiti su questa pagina di storia e di vita. “Tra la casa di Peppino e quella di Badalamenti – scrive Fava  -  ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima volta in un pomeriggio di gennaio. Li contai, pensai a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai a lui con i pugni in tasca, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia”.

Le elezioni di maggio, a Cinisi, ci sono state. Con 260 voti Peppino Impastato diventava il primo consigliere comunale eletto e votato dopo la morte. Simbolicamente, come il tributo silenzioso di una città che non aveva avuto il coraggio e la forza di difenderlo quando era in vita. Un uomo lasciato solo nella sua lotta contro la criminalità organizzata, come tanti altri prima e dopo di lui. Un nome, quello di Peppino Impastato, che va ad aggiungersi agli altri che hanno tentato di modificare il corso di una storia che si ripete, e che con il sacrificio della loro vita hanno cercato di scriverne una pagina più giusta.
Cecilia Dalla Negra

Castelbuono, i No Priv incassano l’appoggio e l’applauso di Rita Borsellino

8 Maggio 2008

 Successo delle iniziative di questo fine settimana del comitato “No Priv – Contro la privatizzazione dell’acqua di Castelbuono” (PA). Sabato 3 maggio è stato allestito un banchetto in via Vetriera per la raccolta delle firme contro la consegna delle reti e degli impianti idrici ai privati da parte del Sindaco di Castelbuono, e successivamente gli attivisti no priv si sono spostati per le vie del quartiere chiedendo il consenso ai cittadini.
Hanno firmato circa 200 persone, le cui sottoscrizioni vanno ad aggiungersi alle più di mille già raccolte nei mesi scorsi. L’iniziativa nei quartieri sarà ripetuta nei prossimi nove fine settimana, nel corso dei quali il comitato No Priv intende raggiungere tutti i cittadini di Castelbuono.
Domenica 4 il banchetto è stato allestito a Piazza Margherita, dove hanno parlato ai numerosi cittadini presenti Silvio Bonomo, portavoce del comitato, Rosario Bonomo, consigliere provinciale da poco dimissionario, e Rita Borsellino. Silvio Bonomo ha posto l’accento sulla necessità di chiarezza da parte dell’ammnistrazione comunale, che da una parte partecipa con il gonfalone alla manifestazione nazionale di Roma, dall’altra fa bocciare dal consiglio la proposta di non consegnare gli impianti ai privati, al contrario di quanto deciso da altri comuni della provincia. “Se arriveranno le bollette di APS”, ha dichiarato Bonomo, “i cittadini devono sapere se l’amministrazione comunale si è opposta o no”. Rosario Bonomo ha ribadito l’inesistenza di alcuna giustificazione per gli amministratori che intendono consegnare le reti e gli impianti ai privati, come la scusa della presunta perdita dei finanziamenti per i comuni che si oppongono. “Intanto – ha affermato – occorre fare opposizione al pericolo maggiore, che è l’appropriazione dell’acqua da parte di privati con scopo lucrativo, e le amministrzioni devono escludere ogni collaborazione”. 
Particolarmente applaudito l’intervento di Rita Borsellino, che ha dato il suo convinto appoggio alla battaglia contro la privatizzazione dell’acqua, ribadendo che essa è bene di tutti e non può essere oggetto di mercificazione; ha inoltre dato atto agli organizzatori della manifestazione di aver tenuto sempre desta l’attenzione  su una tematica che si voleva far passare sotto silenzio, ed ha concluso invitando i castelbuonesi ad appoggiare le iniziative del comitato, perché è ora il momento di esercitare la massima pressione ed il massimo controllo per indurre le amministrazioni comunali ad ostacolare in tutti i modi la procedura di privatizzazione. Ha concluso dicendo che “questa battaglia non è ideologica nè di parte, ma di tutti i cittadini di ogni collocazione sociale e politica”.
A conclusione degli interventi una lunga fila di persone si è formata davanti al banchetto delle firme.
 
Comitato No Priv – Contro la privatizzazione dell’acqua di Castelbuono