Autoferrotranvieri, 1/12/03 - 1/12/08: 5 anni di lotte e sacrifici per i diritti sul lavoro

2 Dicembre 2008

CINQUE ANNI FA gli autoferrotranvieri  di milano iniziarono uno sciopero che si
estese poi in altre parti d’italia.

Si ribellarono per far sentire  la propria voce chiedendo il rispetto
degli accordi, la tutela dei salari, la salvaguardia della propria
dignita’, la difesa del diritto di sciopero.

Oggi gli autoferrotranvieri  di milano e di altre parti  d’italia scendono di
nuovo  in sciopero chiedendo  il rinnovo del contratto nazionale di
lavoro scaduto da  1 anno, dei salari che possano fare effettivamente
fronte al costo della vita, la salvaguardia della sicurezza e della salute sul lavoro,  il rispetto
della propria dignità, la difesa del diritto di sciopero e della liberta’
sindacale.

Il Coordinamento Milanese di Solidarietà “DALLA PARTE DEI LAVORATORI”
nell’esprimere ancora una volta il proprio sostegno alla lotta dei
lavoratori autoferrotranvieri, chiede che vengano rispettati i loro
diritti e sottolinea che, un’efficace lotta per la sicurezza e la salute
sui posti di lavoro, non può che partire dalla battaglia per il rientro al
lavoro di quei lavoratori che hanno avuto il coraggio di denunciare i
pericoli e per questo sono stati licenziati. Leggi il resto

ThyssenKrupp, 6 dicembre a Torino tutti in piazza a un anno dalla strage

1 Dicembre 2008

Il 6 dicembre di un anno fa un rogo sprigionatosi all’interno dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino faceva strage di 7 operai. Sette vite bruciate e sette famiglie lasciate nella disperazione.

Forte fu la commozione e l’eco in tutto il Paese. Le massime autorità dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica Napolitano, dichiararono che avrebbero fatto l’impossibile affinché stragi come quella di Torino non fossero più avvenute.

Spenti pian piano i riflettori dei mass-media, la questione della sicurezza sul lavoro è sparita dall´agenda politica di governi e parlamenti, sostituita da quella - montata ad arte - della “sicurezza” nelle città, della psicosi dell´immigrato stupratore, rapinatore, pirata della strada o altro, dimenticando che secondo studi della stessa UE, le città italiane sono le più “sicure” d’Europa… Leggi il resto

ALITALIA, L’ULTIMO GRANDE MIRACOLO ITALIANO

28 Novembre 2008

img_4811_alitalia-borsa-ribasso.jpg

di Alessio Marri

Parma e Brindisi private di ogni rotta. Un depotenziamento dei voli per la Sicilia tanto consistente da creare imbarazzo persino al fedelissimo presidente del Senato Renato Schifani. Riduzioni spropositate che sfiorano in alcuni casi il 70% delle tratte interne tra la capitale e i diversi aereoporti italiani. Lufthansa, ritenuto il primo grande potenziale partner commerciale, che fonda una propria filiale italiana e da principale alleato si trasforma in rivale insormontabile pronto a invadere il mercato italiano con un pacchetto industriale serio e concorrenziale. L’Enac che deve constatare l’impossibilità per Cai di rispettare i contratti d’avvio delle attività (fissate per il primo dicembre 2008) e ne annuncia il rinvio a data da destinarsi. Piccoli investitori rovinati, piloti e dipendenti pagati in azioni praticamente volatilizzate. Una compravendita che grava sulle casse dello Stato, e quindi su noi cittadini, per cifre angoscianti: negli ultimi dieci anni Alitalia avrebbe spremuto i bilanci del ministero dell’Economia per più di 5 miliardi di euro, mentre le stime per il futuro parlerebbero di cassa integrazione e meccanismi straordinari di tutela per gli esuberi al costo aggiuntivo variabile tra i quattro e i sei miliardi. Leggi il resto

Comunicato Sdl: “Accellerare il processo unitario dei sindacati di base!”

24 Novembre 2008

Il processo di lento avvicinamento delle posizioni delle più rappresentative organizzazioni sindacali di base, (Cub – Confederazione Cobas – SdL intercategoriale) in atto da tempo, ha subito una positiva accelerazione con l’Assemblea nazionale del maggio 2008 a Milano.

I delegati ed i rappresentanti dei tre sindacati che hanno promosso l’Assemblea hanno di fatto avviato dal basso un processo di lavoro unitario che deve necessariamente portare ad un percorso che veda progressivamente avvicinarsi le tre sigle sindacali e tenda alla costruzione di un sindacato unitario e di massa che rappresenti una reale e concreta alternativa a Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Leggi il resto

Rivoli, una morte annunciata. Berlusconi: “la morte dello studente una fatalità”

24 Novembre 2008

La notizia della morte di Vito Scafidi, diciottenne studente a Rivoli
(TO), causata dalla caduta di latterizzi riposti in un controsoffitto
di un’aula scolastica ci ha lasciato attoniti.

Non abbiamo conosciuto personalmente questo ragazzo, ma possiamo
pensare a chi avrebbe potuto essere stato: un nostro studente, nostro
figlio.
Non sappiamo nemmeno se le norme sulla sicurezza erano rispettate in
quella scuola. Leggi il resto

Bologna 27 novembre, incontro “Movimento di Transizione”

11 Novembre 2008

Se non sai cos’e’ il movimento della Transizione o vuoi capirne di piu’, ne parliamo

a Restructura 2008(*)

Giovedì 27 Novembre 2008

dalle 14:00 alle 16:00 presso la sala Arancio

(*) Utilizzando l’invito allegato puoi entrare

gratuitamente al salone

Da Totnes (UK) a Torino, come diventare città

 di Transizione. Leggi il resto

Scuola, vogliamo Luciana Littizzetto ministro dell’Istruzione

26 Ottobre 2008

Il 19 ottobre u.s., Luciana Littizzetto è intervenuta a “Che tempo che
fa” con un pezzo ispirato alle riforme (e ai tagli) alla scuola
proposte dal Ministro Gelmini ed ispirate, per non dire dettate, dal
Ministro Tremonti.

Ecco il filmato, puntualmente ripreso da YouTube:
http://it.youtube.com/watch?v=NR_Uz4o8Bmg Leggi il resto

Crisi finanziaria, siamo in mano a pompieri incendiari

17 Ottobre 2008

La crisi finanziaria mondiale non può essere affrontata lasciando nelle mani di coloro che hanno appiccato l’incendio il compito di spegnerlo. Invece è esattamente ciò che sta accadendo. Il fatto eclatante è che gli Stati (Europa e America) sono andati in soccorso delle banche, con enormi iniezioni di denaro pubblico. Il fatto che stampino ulteriore moneta non cambia l’altro fatto: tutto a spese dei cittadini contribuenti. E’ in corso una massiccia nazionalizzazione delle banche, che significa una massiccia socializzazione delle perdite. L’unica differenza tra America e Europa è che negli Stati Uniti lo Stato eroga i prestiti lasciando invariata la proprietà, in mani private, mentre in Europa prevale l’idea che gli Stati si appropriino delle quote azionarie, entrando negli assetti proprietari. Leggi il resto

Scuola e riforma Gelmini: comunicato stampa del Comitato precari liguri

30 Settembre 2008

Il Comitato Precari Liguri ha organizzato assieme ai COBAS di Genova
un’Assemblea Cittadina in data giovedi’ 25 settembre, presso il Museo
di Sant’Agostino a Genova.

Dall’assemblea sono uscite le seguenti proposte di lotta.

1) istituzione di un Gazebo permanente in p.zza Matteotti che sarà
allestito entro la prima decade di ottobre e che sarà messo a
disposizione di associazioni di genitori, studenti, sindacati, gruppi
spontanei, scuole, e quant’altro, interessate a portare un contributo
informativo serio sul mondo della scuola.

2) indizione di Assemblee Sindacali in tutte le scuole per preparare la
mobilitazione che ha un punto di partenza nello Sciopero Generale
indetto dai COBAS e fissato per Sabato 17 ottobre 2008, con
manifestazione a Roma. In tali assemblee saranno ovviamente benvenute
le informazioni relative ad altre iniziative sindacali, in particolare
di CGIL, CISL, UIL e Gilda a partire da quella annunciata da Guglielmo
Epifani in data odierna.

3) l’istituzione di un coordinamento, chiamato “Comitato SOS Scuole
Genova” che si farà motore di iniziative e coordinatore delle stesse.

4) un volantinaggio presso la Fiera di Genova previsto per il giorno di
apertura del Salone Nautico Internazionale.

5) la predisposizione di un documento da proporre ai Collegi Docenti di
tutte le scuole genovesi (e non solo) contro le riforme
Tremonti/Gelmini. Leggi il resto

Economia Usa: fallisce un’altra banca, il debito pubblico supera il Pil

26 Settembre 2008

NEW YORK (USA) - La crisi dei mutui subprime estesa a tutto il sistema bancario colèpisce ancora. Le autorità bancarie statunitensi hanno ordinato la chiusura della banca Washington Mutual decretandone di fatto il fallimento, il più grande nella storia del credito americana. Le attività dell’istituto passano a JP Morgan Chase per 1,9 miliardi di dollari.

FALLIMENTO - «Con liquidità insufficiente per far fronte ai propri obblighi, Wamu non era più in condizioni abbastanza solide e sicure per proseguire la propria attività», spiega in una nota la Fdic, l’organismo federale di supervisione sui depositi bancari, che assicura totale protezione ai clienti per i depositi fino a 100mila dollari. Jp Morgan ha annunciato un aumento di capitale da 8 miliardi di dollari per mantenere i propri standard di solvibilità. L’istituto si aspetta costi prima delle tasse per 1,5 miliardi ma stima anche risparmi da economie di scala per un pari ammontare, per la maggior parte entro il 2010. Dall’incorporazione nascerà il secondo gruppo bancario statunitense, il primo nel settore delle carte di credito, con 2.040 miliardi di attivo e 5.410 filiali in 23 stati dell’Unione. Wamu, la cui fondazione risaliva al 1889, porta in dote 307 miliardi di attivo e 188 miliardi di depositi.

DEBITO PUBBLICO ALLE STELLE - Sidney Winter, docente della Wharton School di Philadelphia, così riassume la crisi americana in una mail a un collega della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa: «Abbiamo scoperto che la nostra ricchezza è di qualche migliaio di miliardi di dollari inferiore alle attese e ora dobbiamo decidere come ci dividiamo la sberla ». La sberla è violenta. E gli Stati Uniti non ne nascondono più i lividi sui loro conti pubblici e privati. Per cominciare, la Federal Reserve si scopre senza più margini di manovra. Ha già impegnato la metà delle riserve, circa 500 miliardi, in prestiti al mercato e finanziamenti al Tesoro (Consolidated statement of condition of all Federal Reserve Banks, 18 settembre 2008).E non è nemmeno chiaro se le toccherà anche fare le due iniezioni di capitali freschi per 100 miliardi ciascuna per la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae. Gli americani vedono la loro banca centrale diventare una holding che, direttamente e indirettamente, controlla la più grande compagnia assicurativa del mondo, l’Aig, e le due più grandi agenzie di mutui, Fannie & Freddie, e che, dopo il salvataggio della banca d’investimento Bear Stearns, funge pure da ricettacolo di titoli tossici, anche in valuta estera. Questa banca centrale zoppicante non avrebbe potuto far fronte, senza «stampare» altra moneta, al piano del governo per ritirare dai portafogli delle banche titoli illiquidi, e cioè non più negoziabili, nella misura straordinaria di 700 miliardi di dollari. Eppure, chi mai dovrebbe farsi carico di un piano salva-banche se non l’istituzione che eroga il prestito di ultima istanza? L’apertura dell’ombrello del Tesoro sopra l’ombrello della Fed ben segnala la gravità del momento, portata all’estremo dal rischio di un imminente tracollo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, le ultime due banche d’investimento rimaste su piazza.

Ancora venerdì 18 settembre, all’annuncio del piano, nessuno credeva che Goldman e Morgan avrebbero chiesto la licenza di banche commerciali, rinunciando alla totale libertà di manovra avuta fin qui in cambio della protezione della Fed e del Tesoro. E invece domenica la licenza l’hanno implorata e ottenuta. Coincidenza che aggiunge più di un sospetto alle domande di fondo che il piano salva-banche propone di per sé. I 700 miliardi richiesti da Hank Paulson, il segretario al Tesoro che viene dalla Goldman e che dunque fa il pompiere dopo avere per anni attizzato il fuoco con i colleghi di Wall Street, saranno ottenuti con emissioni di titoli di Stato aggiuntive rispetto al programma ordinario di rifinanziamento del debito pubblico. A quali tassi saranno offerti? I risparmiatori americani stanno fuggendo dalla Borsa verso i Treasury bonds, il cui rendimento (somma algebrica del tasso d’interesse e del differenziale tra il prezzo corrente e quello d’emissione) è sceso poco sopra lo zero. Questa tendenza dovrebbe facilitare il collocamento delle emissioni aggiuntive.

Ma la scelta dei risparmiatori, dettata dalla paura, riapre la questione del rischio Paese nel momento in cui lo Stato interviene dove i capitali privati domestici rinunciano senza più essere sostituiti da quelli delle economie emergenti e dei loro sovereign wealth funds. Ora Morgan, con la licenza in tasca, sta cercando nuovi soccorsi a Pechino: sarà interessante valutare il prezzo e i diritti di governance che il China Investments pattuirà dopo la batosta subita al primo ingresso. Quanto poi delle emissioni al servizio del piano non fosse accettato dai mercati, sarà fatalmente accollato alla Fed in contropartita a nuova moneta. Il rischio Paese, dunque. Ne influenzano il livello la politica estera, la potenza militare, l’interdipendenza con l’estero che detiene il 45% del debito pubblico Usa, mentre 40 anni fa ne aveva 9 volte meno.

Il rischio America dipenderà dalla capacità di generare reddito mentre si va esaurendo la spinta ai consumi indotta dai tagli fiscali di Bush, costati 160 miliardi al bilancio federale e non più replicabili. Ma dipenderà anche da altro. Dall’entità del debito pubblico, per esempio. Di quello che si vede oggi e che, con il consolidamento di Freddie & Fannie, arriva a 15 mila miliardi contro un prodotto interno lordo che quest’anno viaggia sui 14300 miliardi. E del debito pubblico che si intravede per domani a consuntivo dei salvataggi, operazioni non amate da nessuno e tuttavia necessarie a evitare che la crisi finanziaria colpisca in modo troppo radicale i fondi pensione privati, già in drammatica sofferenza, con la conseguente necessità di estendere l’ombrello pubblico alla previdenza privata. Il rischio Paese, infine, dovrebbe considerare anche la ricchezza delle famiglie.

Secondo il Bureau of economic analisys del governo americano, nel 2005 la ricchezza netta pro capite (case e risparmi meno i debiti) era pari a 176 mila dollari, più 38,2% a valori costanti rispetto al 1995. Secondo la Banca d’Italia, sempre nel 2005 la ricchezza netta pro capite degli italiani era pari a 134 mila euro, più 47% benché il reddito sia aumentato solo in ragione di uno a tre rispetto a quello americano. Diversi stili e obiettivi di vita? Maggior presenza in Italia di redditi non ufficiali? Vero. Ma alla base c’è la maggior propensione americana a indebitarsi quale emerge dalla tabella sulla ricchezza delle famiglie nei diversi Paesi del G-7 (Girouard, Kennedy, André, Has the rise in debt made households more vulnerable?, Oecd working paper, 2006). E una più ineguale distribuzione del patrimonio tale per cui l’americano medio (ovvero la fascia di popolazione egualmente lontana dalle fasce più ricche e dalle più povere) dispone di una ricchezza inferiore a quella dell’italiano comparabile (Sierminska, Brandolini, Smeeding, Comparing wealth distribution across rich countries, Banca d’Italia, 2007). Questa caratteristica americana accentua il rischio dei fallimenti.

La crisi dei mutui subprime dimostra la pericolosità delle piccole insolvenze private quando i debiti siano integrati ai piedi del castello di carte montato dalla finanza. Per questo la decisione cui fa cenno il professor Winter non è tanto semplice: come ci si divide il dolore per la sberla? Gli obiettivi condivisi del piano salva-banche sono due: a) impedire il tracollo dei mercati finanziari; b) minimizzare, per quanto possibile, l’onere per il contribuente. I critici radicali ritengono che questo piano salvi dal peggio i re decaduti del mercato, ma non il mercato. Perciò propongono di trasformare i crediti in azioni e poi di chiamare i mercati a ricapitalizzare le banche sopravvissute. I sostenitori dell’intervento, ormai vincenti al Congresso e al Senato, osservano che, essendo le ban che esposte con altre banche o con soggetti a loro legati, avremmo solo una partita di giro. Ma il piano Paulson è vago su due punti cruciali: la determinazione del prezzo dei titoli tossici e la definizione dei diritti di proprietà in capo al pagatore di ultima istanza, e cioè al contribuente.

Il governatore della Fed, Ben Bernanke, acquisterebbe i titoli al prezzo di realizzo alla scadenza che dipende dal valore futuro dei beni sottostanti: caso classico, le case per i subprime. Nessuno sa stimare questo valore, ma tutti capiscono che il prezzo di Bernanke è più alto di quello di mercato. La differenza serve a ricapitalizzare le banche senza fare tutti gli aumenti di capitale che servirebbero. Ai soci delle banche e ai loro ricchi gerenti si farebbe dunque il doppio regalo di rendere liquido l’illiquido, migliorando già così i ratios patrimoniali, e di farlo a prezzo di favore. L’iniziale crisi di liquidità è diventata una crisi di capitali a causa dell’impennata delle garanzie richieste dalle controparti. Il regalo, se ne conclude, è obbligato. Certo, lo Stato potrebbe sempre acquistare con una serie di aste al ribasso a sconti decrescenti sul valore facciale dei titoli tossici. In questo modo, caldeggiato da Winter, si riduce il favore sul prezzo. Ma resta aperta la questione dei diritti di proprietà.

La buona regola vorrebbe che chi paga comanda così da assicurarsi una gestione diversa e, con il tempo, riportare a casa qualcosa. Dati i valori in campo, il Tesoro nazionalizzerebbe il sistema bancario americano se adottasse la buona regola. Sarebbe la rivoluzione. Ma sarebbe solo una rivoluzione apparente. La classe dirigente è sempre la stessa se il segretario del Tesoro è un banchiere della Goldman Sachs in quiescenza; e il massimo consigliere economico di Barack Obama, da ministro di Clinton, abolì il Glass Steagal Act, che per mezzo secolo aveva tenuto a freno il delirio di onnipotenza dei banchieri, per poi diventare un boss di Citicorp.

da www.corriere.it

Succesivo »