Strage di Bologna, il falò delle verità
5 Agosto 2008 - Attualità
Il 2 agosto 1980, alle 10.25 del mattino, si verifica la strage più devastante della storia del dopoguerra italiano. Con una deflagrazione dalla violenza inaudita salta in aria la stazione di Bologna. Ottantacinque morti e centinaia di feriti per una tragedia intorno alla quale ipotesi e depistaggi si sono alternati per oltre venti anni.
di Cecilia Dalla Negra
LO STRAZIO - Stazione di Bologna Centrale, 10.25 del mattino, sabato 2 agosto 1980. La sala d’attesa di seconda classe è piena nel primo fine settimana di ferie di un’estate torrida, e l’Italia aspetta i regionali diretti verso il mare. Di sabato alla stazione ci sono donne e bambini pronti alle vacanze, gli studenti fuori sede che finalmente tornano a casa, e i tassisti che sotto il sole cocente del mattino sono fuori, nel parcheggio del piazzale, per un’altra giornata di lavoro. Quello che si sente alle 10.25 in ogni angolo della città è un boato spaventoso, poi l’odore acre del tritolo e della polvere da sparo, una nuvola di fumo nero che si alza, e il silenzio. Raccontano i superstiti che ci vorrà del tempo prima di sentire le grida di terrore e i pianti di dolore scatenarsi, perché alle 10.25 di quel sabato mattina si ferma l’orologio della stazione, la vita di 85 vittime e il Paese intero, ché ha visto tempi duri ultimamente, ma quel colpo lo paralizza. La deflagrazione sventra i muri, fa crollare il soffitto della stazione, seppellisce i morti sotto chili di calcinacci, e investe il treno Ancona – Chiasso in partenza sul primo binario.
Rimarrà simbolo della solidarietà di cui è capace una città - che a sua volta diventa simbolo di tutto un Paese – quell’autobus numero 37 e i suoi colori, il rosso e il giallo, il bianco delle lenzuola fissate ai finestrini, che farà avanti e indietro dalla stazione all’obitorio sino a notte, carico di cadaveri, per lasciare alle ambulanze la possibilità di salvare chi ce l’ha fatta. Il mattino dopo è una lunga fila quella che si forma alle porte della camera mortuaria, e un commovente Sandro Pertini che con la voce strozzata dal pianto ripete “mascalzoni, è straziante…”.
Poi, quello che resta. Da macerie e detriti sorgerà una nuova stazione, una lapide in memoria, 21 anni di udienze. Due condanne all’ergastolo, nessun mandante esterno che si sia voluto identificare.
Il governo di Francesco Cossiga e le forze di polizia attribuiscono in un primo momento le cause del disastro alla tragedia. Una caldaia esplosa, forse. Ma gli impianti della stazione stanno benissimo, e diventa chiaro in breve che la matrice è terrorista. Le indagini si concentrano allora sul mondo dell’eversione nera, che quanto a precedenti di piazze non scherza: “Fontana” e “Della Loggia”, giusto per citarne due.
MAMBRO E FIORAVANTI - Le dichiarazioni di alcuni pentiti portano già 26 giorni dopo la strage ai primi mandati di cattura: 47 personaggi del mondo eversivo di destra arrestati, che saranno scagionati, tutti, qualche mese più tardi. La svolta nelle indagini arriva il 6 febbraio del 1981, quando nelle mani della giustizia finisce il ricercato numero uno fra i neri, Giuseppe Valerio Fioravanti. L’ideatore e il leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari, responsabili di decine di omicidi, l’ultimo dei quali a fine giugno 1980, quando uccidono il giudice Mario Amato. Giusva Fioravanti viene arrestato con l’accusa, fra le altre, di concorso in strage per i fatti di Bologna. La compagna – di vita e di morte – Francesca Mambro resterà in libertà ancora per poco, per finire dietro le sbarre anche lei a marzo. Sono loro, secondo le indagini, la magistratura e l’opinione pubblica, ad aver piazzato quella bomba a Bologna. La tesi che siano colpevoli si basa essenzialmente su quattro indizi.
Non hanno un alibi, tanto per cominciare. Dicono che il giorno della strage erano in viaggio da Treviso a Parma in compagnia di un altro terrorista, Gilberto Cavallini. Ma nessuno li ha visti. Un altro membro del gruppo all’epoca minorenne, Luigi Ciavardini, il 2 agosto telefona alla fidanzata e la mette in guardia: non deve prendere treni, le dice, perché sta per succedere qualcosa di grosso. Un mese dopo la strage poi, Mambro e Fioravanti uccidono Francesco Mangiameli, uomo appartenente al gruppo di “Terza posizione”. Si sa di certo che lui li ha ospitati durante il mese di luglio: il tempo necessario, secondo l’accusa, per preparare la strage. Dunque, l’omicidio sarebbe l’eliminazione di uno scomodo testimone. Ma avrebbe davvero parlato appartenendo alla medesima area politica? C’è infine la testimonianza - ritenuta attendibile dai giudici sebbene smentita dal figlio - di Massimo Sparti. Terrorista pentito, sostiene di aver incontrato Giusva Fioravanti due giorni dopo la strage, e che questi gli abbia chiesto di procurargli urgentemente documenti falsi, ma solo per la fidanzata. C’era alla stazione, ma non ha paura di essere riconosciuto perché camuffato da turista tirolese. Riguardo al disastro gli avrebbe detto “Hai visto che botto a Bologna?”. Poi c’è Sergio Picciafuoco. Altro membro dei Nar che quel giorno è certamente alla stazione di Bologna, e resta addirittura ferito dall’esplosione. Che però sarà assolto, anni dopo, per non aver commesso il fatto.
Questo il punto di partenza per 21 anni fra dibattimenti e sentenze, l’ultima delle quali emessa nel giugno del 2000. Ma mentre nelle aule giudiziarie si tiene la battaglia contro l’innocenza gridata da Mambro e Fioravanti, altrove nel paese iniziano a costruirsi clamorosi depistaggi.
I DEPISTAGGI - E’ il gennaio del 1981 quando prende corpo la prima messa in scena che tenta di portare le indagini fuori dal paese. Teatro ancora una volta la stazione bolognese, dove sul treno Taranto – Milano la polizia rinviene una valigia piena di armi, esplosivo, ma soprattutto due passaporti falsi, uno tedesco e l’altro francese. Il Sismi allora produce una serie di informative che riconducono il ritrovamento alla famigerata operazione “Terrore sui treni”, condotta da estremisti di destra tedeschi e francesi. Un’operazione terroristica che però non è mai esistita. Un tentativo di depistare le indagini per portarle sulla pista internazionale, operata dai servizi segreti italiani, che sarà pagata con alcune illustri condanne. Che si fermano però al riconoscimento di un depistaggio compiuto, ma non al “perché” il Sismi avesse interesse a compierlo. Per questo e per le reticenze dimostrate nella collaborazione, verranno in seguito condannati quattro ufficiali del servizio segreto militare.
LE PISTE PARALLELE: LA PALESTINA - Poi è la volta della cosiddetta “pista palestinese”. Nel 1979 vengono arrestati a Ortona tre membri dell’autonomia operaia e un cittadino giordano rappresentante del Fronte di Liberazione della Palestina, Abu Anzeh Saleh, perché in possesso di lanciamissili sovietici. La Commissione parlamentare d’inchiesta “Mitrokhin” nel 2005 si baserà proprio su questo dato per formulare l’ipotesi di una ritorsione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Ritorsione, perché dal 1973 l’Italia ha un accordo segretissimo con la dirigenza araba, stipulato dal capo della Dc Aldo Moro, che permette il transito di armi palestinesi sul nostro territorio senza arresto per i militanti, purché l’Olp non attacchi l’Italia. Una vendetta particolarmente crudele però: 85 cittadini morti per uno arrestato. Sarà allora Francesco Cossiga a parlare di “incidente”: due, tre valigie di esplosivo in mano ai palestinesi in transito sul territorio nazionale che accidentalmente sfuggono di mano e mandano per aria la stazione di Bologna.
Parte della Commissione Mitrokhin non accetterà le conclusioni della ritorsione araba: verranno prodotte due relazioni distinte e la magistratura non vaglierà mai questa ipotesi. Come quella che vorrebbe alla stazione emiliana un militante tedesco del terrorista internazionale “Carlos il sanguinario”, a sua volta collegato con l’Olp: Thomas Kram, esperto di esplosivi e apparentemente ospitato in un albergo bolognese proprio nella notte tra l’1 e il 2 agosto. Quindi un carico di esplosivo non destinato all’Italia, ma semplicemente in transito, che collega gli uomini di Carlos e quelli dell’Olp: non volevano che saltasse, lo stavano solo spostando. Una verità dai risvolti internazionali, in cui c’è la necessità di trovare velocemente un colpevole per coprire la politica del “doppio binario” con l’estero che l’Italia sta intrattenendo: relazioni pericolose, che la vedono con “la moglie americana e l’amante libica”, come si direbbe nel gergo dei servizi. Ed ecco che due criminali minori - “con delle colpe, ma non i peggiori del mondo” dicono loro – finiscono condannati all’ergastolo.
Sarà invece la Commissione Stragi ad avanzare ancora un’altra ipotesi: il collegamento diretto fra la strage di Bologna e un altro evento tragico, accaduto appena pochi giorni prima: il 27 giugno dello stesso 1980, quando una strana confusione nei cieli porta il DC9/870 dell’Itavia a precipitare nel mare di Ustica.
BOLOGNA COME USTICA? - Alla voce “Collegamenti oggettivi tra Ustica e Bologna” della Relazione parlamentare, si legge: “Un elemento che lega – forse in maniera concreta – la sciagura aerea del 27 giugno 1980 con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna, è costituito dal tipo di esplosivo ritrovato nei rottami dell’aereo e quello utilizzato per confezionare l’ordigno che ha massacrato 85 persone la mattina del 2 agosto. Il 5 ottobre 1982, i laboratori della IV Divisione esplosivi e propellenti dell’Aeronautica militare (…) congedavano una relazione tecnica (n. 8221) relativa all’esame dei reperti (…). I quantitativi infinitamente bassi di esplosivo rinvenuti sui reperti del DC9 coincidono almeno in parte con quelli di Bologna (…).
Eppure qualcosa non torna, se il Giudice istruttore del processo di Ustica, Rosario Priore, afferma in un’intervista: “Nessun pezzo dell’aereo reca tracce di esplosione (…). Lo ripeto, questi periti non hanno trovato un solo frammento che fosse esposto ad un’azione esplosiva, neanche sui corpi delle vittime” (intervista a Left del 19/01/2007). La stessa versione è confermata in un’ulteriore intervista rilasciata alla rivista “Avvenimenti” nel settembre 2000 da Leonardo Lecce, uno dei sei periti della I Commissione d’indagine su Ustica, che nega la possibilità che l’aereo sia stato abbattuto a causa di un’esplosione. Parallelamente, si affaccia anche la cosiddetta “pista libica”, che vorrebbe le due tragedie collegate come ritorsione del generale Gheddafi per l’accordo stipulato fra Italia e Malta.
LE SENTENZE - Dopo anni di indagini e udienze, per la giustizia italiana non ci sono stati dubbi: quella di Bologna fu una strage attuata da elementi dell’estremismo di destra con i depistaggi di servizi segreti e massoneria deviata. In seguito ad una lunga serie di processi, il 23 novembre 1995 le sezioni penali unite della Corte di Cassazione hanno condannato all’ergastolo come esecutori materiali Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Hanno inoltre condannato a dieci anni di reclusione Licio Gelli e gli ufficiali del Sismi Francesco Pazienza, Piero Monsumeci e Giuseppe Belmonte, riconosciuti come affiliati alla Loggia massonica P2 e responsabili di depistaggio nelle indagini. Due anni dopo la Cassazione ha assolto Sergio Picciafuoco per non aver commesso il fatto e Luigi Ciavardini, condannato però per banda armata. L’ultimo atto, nel giugno del 2000, ha poi condannato per depistaggio anche l’ex capo della Banda della Magliana Massimo Carminati, il pregiudicato Ivano Bongiovanni e l’ex direttore del Sismi di Firenze, Federigo Mannucci Benincasa.
RAGIONI DI STATO - Mambro e Fioravanti, in tutti questi anni, hanno continuato a ribadire con forza la propria innocenza. Vittime, secondo il loro punto di vista, di una “ragion di Stato” più forte della ricerca di un’equa verità. “Sacrificati per la tranquillità nazionale” che aveva bisogno di un capro espiatorio facile e approvato dalla piazza. Sostengono da anni che dopo la confessione di decine di omicidi, non ci sarebbero ragioni per negare la paternità della strage. Ma secondo i giudici “una strage come quella di Bologna non si confessa. La confessione rende definitivamente certo ciò che altrimenti si può sempre sperare che rimanga segnato dal dubbio(…). Perché la strage, questa strage, è per chiunque un fardello troppo pesante da sostenere, sotto tutti gli aspetti” (sentenza del 16 maggio 1994, Corte d’Assise d’appello di Bologna).
In una recente intervista all’Ansa Fioravanti afferma che le tesi più vicine al vero siano quelle dell’onorevole Cossiga, quando parla di “incidente”. Una verità insomma che vede il paese al centro di uno scacchiere internazionale complesso, che per coprire politiche estreme riversa la responsabilità del disastro su colpevoli piuttosto scontati.
Vulgata vuole che per la strage di Bologna giustizia fu fatta. Una giustizia a metà, però, perché restano da spiegare le motivazioni alla base di quei depistaggi, e quel torbido panorama che troppo spesso emerge dai fatti che hanno insanguinato il paese negli anni della tensione. Quelle sinistre connivenze fra estremismi, apparati militari, massoneria e servizi deviati che torna ad inquietare, e a rendere l’immagine di una “strategia della tensione” fatta di molteplici sfaccettature, ma che è stata sempre e comunque pagata con il sangue dei cittadini.
Cecilia Dalla Negra
Commenti
Un commento a “Strage di Bologna, il falò delle verità”
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Sto leggendo “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti. Ovvio che, parlandosi di massoneria (dire deviata è già fare della confusione, visto che la massoneria è di per sé una realtà bituminosa e contigua al potere per propria vocazione), si citi anche il caso della strage di Bologna, del patto segreto stipulato da Moro e… dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo. Si dice che in quello stesso periodo stessero indagando sul traffico d’armi tra questo schifoso paese e il Libano. Scoprirono le regole del “grande gioco” e furono fatti sparire. Sono stati cancellati anche dall’albo delle vittime e dai memoriali. Nessuno ne parla più, guarda caso.
Io ero presente sabato 2. Ho sentito soltanto della retorica spiccia di Cofferati e di Rotondi, venuto a rilevare Alfano, datosi assente. Una parata di divise, cornetti, vessilli, mostrine e cotillon. Un palco allestito all’uopo, occupato e liberato con tempistica da catena di montaggio. Un evento in cui lo stato ha dato prova della sua mancanza di dialettica e della propria interessata disonestà. Bel giochino quello di presentare la Resistenza e il Fascismo come avvenimenti del passato. Nessuno è più schiavo, diceva Goete, di colui che crede di essere libero senza esserlo.