“Ronde padane”, la falsa soluzione che alimenta l’odio

15 Maggio 2008 - Legalità 

L’exploit della Lega Nord alle ultime elezioni, con la conseguente nomina di alcuni tra i più discussi uomini del Carroccio nelle posizioni chiave del nuovo esecutivo, sortisce, a sole quattro settimane dal voto, le prime polemiche sul piano internazionale. Il ministro della Difesa rumeno, Teodor Malesanu, avanza le prime perplessità e avverte: “Non consentiremo che in Italia nascano sentimenti antiromeni e xenofobi”, soprattutto “alla luce delle 25.000 imprese a capitale italiano in Romania”. Ad aggiungere benzina sul fuoco ci pensa il portavoce della Commissione Ue Roscam Abbing che nei giorni scorsi ha rilasciato una secca dichiarazione: “Modificare la libera circolazione dei nostri cittadini sembra una priorità solo italiana, non pensino che una delibera del genere si possa fare in una notte”. A pochi giorni dalla formazione del nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi, il clima nei rapporti con l’Unione Europea si fa subito rovente. E non solo per il caso Alitalia.
Il pacchetto sicurezza che il neoministro degli Interni Roberto Maroni presenterà in questi giorni è al centro della bufera. Nel mirino soprattutto il trattato di Schengen, in cambio del quale il leader leghista stringe i tempi per ottenere una sostanziale chiusura delle frontiere attraverso una profonda rivisitazione delle politiche di regolamentazione dell’immigrazione. Ma come hanno brillantemente spiegato negli ultimi giorni i delegati europei, modifiche di tale portata possono svilupparsi solo grazie a proroghe fortemente vincolate nei tempi e nelle modalità. In gioco infatti deve essere la sicurezza nazionale, e tali provvedimenti sono stati garantiti all’Italia solo in casi eccezionali come il G8 di Genova e le Olimpiadi di Torino. Tuttavia il turno alla presidenza dell’Ue toccherà entro breve al presidente francese Nicolas Sarkozy, e questo sembra giovare, in prospettiva, alle intenzioni del governo Berlusconi. All’orizzonte si profila quindi un giro di vite che prenderà piede in primis con l’aumento del periodo di detenzione all’interno dei celebri Cpt, i centri di permanenza sempre meno temporanei.

Se sul piano della regolamentazione dei flussi migratori internazionali il Viminale prevede interventi radicali, a livello nazionale Maroni ha già annunciato il ricorso alle cosiddette “ronde padane”. Un vecchio pallino delle camicie verdi.  La proposta in concreto prevede la fondazione di Onlus specializzate sul filone dei “City Angels” di Milano, il fiore all’occhiello dell’associazionismo securitario basato su regole etiche all’avanguardia. Ma visti i precedenti leghisti, all’orizzonte non sembra prospettarsi nulla di buono.
Le prime ronde padane risalgono al 1989, segnando un crescendo a cavallo tra il grottesco e il codice penale. Denominatore comune la caccia all’immigrato. Al di là dell’origine e del colore. I primi infatti a finire nel mirino dei secessionisti sono proprio i meridionali. Nel giro di pochi anni, però, con il dilagare degli sbarchi clandestini, giunge il turno degli albanesi, dei marocchini, sino ad arrivare ai giorni nostri quando rom e rumeni divengono gli unici responsabili del degrado di strade e città. Più che vero e proprio “squadrismo padano”, come lo ha ridefinito la guida storica del movimento Mario Borghezio, l’esperienza delle guardie verdi ha raccolto nel tempo più scivoloni che medaglie. Nate come palliativo elettorale, le ronde non sono mai effettivamente sfociate in manifestazioni di pura violenza o reale repressione, ma hanno mostrato più che altro un volto propagandistico-ideologico. Finendo spesso nel ridicolo. Come nell’agosto del 1997, quando quattro leghisti in bermuda e camicia verde, nel tentativo di “ripulire” le spiagge di Villamare di Cesenatico dai rivenditori abusi, incassarono, oltre all’irrisione e gli insulti di tutti i bagnanti, una denuncia penale da parte della Guardia Costiera. Oppure nel bresciano dello stesso anno, quando la Lega, in seguito all’accoltellamento di un uomo, organizzò in tutta la provincia perlustrazioni a caccia del presunto slavo o albanese responsabile. Peccato che nessuno slavo o albanese avesse effettivamente commesso il fatto. Fu infatti la moglie del ferito, sotto interrogatorio, a svelare i reali retroscena della vicenda: il colpevole, non era nè slavo nè albanese, ma semplicemente il proprio amante.
Paradossi a parte, il fenomeno non può essere sottovalutato. Perchè a Torino nel 2000 una ronda padana a caccia di spacciatori magrebrini finì per appiccare il fuoco ad un giaciglio improvvisato di senza tetto che nulla centravano con i presunti colpevoli. Perchè Borghezio, nonostante possa pure far sorridere per le sue uscite a dir poco colorite, non può e non deve essere giustificato in veste di un presunto fervore folcloristico. La sua militanza giovanile nell’estrema destra e le sue proposte xenofobe e razziste, quali ad esempio la creazione di scompartimenti differenziati per bianchi e neri all’interno dei treni, rispecchiano infatti per tante ragioni il diffondersi di un’odierna concezione dell’alterità: la diversità come nemico, obbiettivo da combattere e distruggere. Soprattutto tra i più giovani, dove la discriminazione si trasforma troppo spesso in una forma primitiva di collante sociale.
E’ da questo universo mentale e subculturale che poi scaturiscono il barbaro pestaggio di Verona e le bravate dei bulli di Viterbo. La compagnia e le conoscenze che si coalizzano in un branco arcaico, dominato da regole e logiche animali. Quello stesso branco grazie al quale individuare e colpire chi di questo non vi fa parte, l’escluso, come il compagno di scuola secchione, il giovane vestito fricchettone o chi persino può incrociare anche solo il tuo sguardo. Si cresce con la prospettiva di adeguarsi al più forte, in una spirale di omologazione dettata anche dalla paura di non risultare diverso e perciò debole, esposto al rischio di diventare obbiettivo sensibile.

Il problema della violenza nelle strade resta una questione tangibile da affrontare. Immigrazione clandestina naturalmente annessa. Ma non con l’impiego di metodi polizieschi e repressivi. Chi li imbraccia con tanto slancio non mostra di comprenderne la natura simbolica: non ci sono responsabilità politiche nella xenofobia, ma prettamente culturali. E in questo modo non si fa altro che sollecitarle.
Come ben descritto da Ilvo Diamanti sulle pagine de “La Repubblica” le ronde rappresentano null’altro che il tentativo di “riprodurre tracce di comunità” semplici “placebo” in una società ormai morta. Dove gli extracomunitari che tutti i giorni vediamo in televisione convogliano e redistribuiscono paure antiche. Mentre i veri stranieri, i reali colpevoli, quelli di cui avere realmente timore, sono spesso i propri figli, ragazzi magari anche inseriti socialmente, ma che non sembrano provare remore nel massacrare di botte un coetaneo persino per una sigaretta.

Commenti

Vuoi commentare?