No dal Molin: “I nostri sogni faranno più strada delle loro ruspe”
19 Novembre 2008 - Ambiente, Comunicazione, Dai movimenti, Democrazia, Diritti umani
Qualche settimana fa all’interno del Dal Molin è andata giù una palazzina; «ma no – si sono affrettati a precisare i comandi statunitensi – non stiamo demolendo, stiamo solo proseguendo la bonifica dagli ordigni bellici che abbiamo sganciato a migliaia durante la seconda guerra mondiale». Poi nessun altra dichiarazione ufficiale. Ma tre grandi ruspe gironzolano all’interno dell’area, furgoni carichi di operai entrano e escono, tecnici e, probabilmente, genieri statunitensi passeggiano tra le strutture che furono della V Ataf e che la città di Vicenza, attraverso la consultazione popolare dello scorso 5 ottobre, ha chiesto di poter riutilizzare per scopi civili.
È la strategia del silenzio: non dir nulla ai vicentini sull’avanzamento del progetto statunitense per non provocare la loro reazione in difesa del proprio territorio. E, del resto, tutta la vicenda Dal Molin si fonda sul segreto e sulla non informazione dei cittadini: a partire dalle trattative – segrete – che hanno visto intorno allo stesso tavolo gli statunitensi, il governo italiano e l’ex Sindaco Hullweck, per passare agli accordi bilaterali – segreti – del 1954 su cui si fonda l’assenso del governo alla nuova base militare, per arrivare al progetto dell’infrastruttura che, alla faccia della trasparenza promessa dal commissario Paolo Costa, non è mai stato reso pubblico. Che c’è di strano, allora, se gli statunitensi ritengono normale non far sapere alla città cosa sta avvenendo in questi giorni all’interno del Dal Molin? Movimentare ordigni della seconda guerra mondiale e amianto è un qualcosa di cui i vicentini non devono essere a conoscenza.
Una strategia, quella dei militari a stelle e strisce, che fa a pugni con il discorso della vittoria pronunciato a Chicago dal Presidente eletto Barack Obama quando ha dichiarato che la politica statunitense si fonderà sulla trasparenza e sulla democrazia, ma anche sulla ricerca della pace e non sull’uso della forza. Per far emergere questa contraddizione, dalla prossima settimana saranno pronte trentamila cartoline da spedire a Obama. Passare dalle parole ai fatti? Yes, you can; dunque non dovrebbe essere strano rivedere i progetti che l’amministrazione Bush avrebbe voluto imporre alla città del Palladio.
Ma la campagna di pressione verso la nuova amministrazione nord-americana è solo una delle tante iniziative che il movimento No Dal Molin metterà in campo nelle prossime settimane; continua, infatti, l’iniziativa politica verso il mondo della cooperazione nella speranza che, finalmente, emerga la contraddizione tra statuti etici e appalti per devastanti strumenti di guerra. Ma, soprattutto, continua la stretta sorveglianza dell’area del Dal Molin, per impedire qualunque colpo di mano da parte dei militari. E in questa direzione va l’iniziativa di domenica 16 novembre: teniamoli d’occhio è lo slogan che caratterizzerà la biciclettata che, dopo essere partita dal Presidio Permanente alle 15.00, toccherà l’ingresso civile dell’aeroporto, V.le Dal Verme e V.le Ferrarin. Per chi preferirà muoversi a piedi, invece, una passeggiata lungo il perimetro nord dell’aeroporto per ripristinare, attraverso il taglio di erba e sterpaglie, la passeggiata lungo l’argine. Obiettivo dell’iniziativa è individuare l’intruso, attraverso un concorso fotografico che vedrà i partecipanti impegnati a scattare istantanee le quali, in serata, saranno proiettate durante la cena al Presidio Permanente.
Cosa c’è di strano, dunque, a Vicenza? In fin dei conti nulla: da una parte gli statunitensi continuano a dimostrare, col loro assordante silenzio, l’arroganza con cui vorrebbero calpestare la democrazia e devastare il territorio; dall’altra i cittadini continuano a sorvegliare l’area, determinati a ostacolare, rallentare, impedire l’avvio dei lavori. Opporsi alla nuova base militare statunitense? Yes, we can.
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