L’età d’oro: il partito comunista italiano
6 Maggio 2008 - Democrazia
di Federica Santoro
Se nel resto dell’Europa occidentale la tradizione comunista ricoprì una funzione marginale come alternativa politica alle coalizioni di ispirazione democristiana e conservatrice, in Italia, il ruolo del partito comunista fu invece profondamente legato all’evoluzione democratica del Paese e alla sua trasformazione culturale. Tanto durante la resistenza, quanto negli anni che seguirono, il Pci s’impose come una delle poche forze politiche in grado di dare vigore alla nuova democrazia. La militanza tra le fila del Pci fu per molti una scelta di vita: lottare contro il regime fascista significava difendere la libertà e l’uguaglianza di ogni uomo.
Come interlocutore privilegiato delle masse di operai e lavoratori, il Pci fu mosso dalla volontà di creare un’alternativa politica al fascismo, che unisse da nord a sud, tutta l’Italia, intrecciandosi con la storia personale di centinaia di emigranti meridionali, uomini e donne per i quali le sezioni del partito comunista furono gli unici luoghi dove recarsi per trovare appoggio e solidarietà.
Tra il 1944 e il 1945 il numero d’iscritti al Pci passò da 500 mila a quasi 2 milioni, diventando quel “partito nuovo, nazionale, di governo, popolare di massa” che Togliatti aveva posto come condizione necessaria per la costruzione di una nuova Italia antifascista e democratica.
Seppur sempre all’opposizione, il Pci riuscì a esercitare nei decenni immediatamente successivi alla seconda Guerra Mondiale, un’enorme influenza sul Paese, soprattutto in campo culturale valorizzando una cerchia di scrittori ed artisti che si ispiravano ai valori dell’egualitarismo e del collettivismo. Alle elezioni del 18 aprile 1948 circa i due terzi degli intellettuali italiani votarono per il “Fronte democratico popolare” che univa comunisti e socialisti sotto il simbolo di Garibaldi. Molte furono poi le personalità che, pur non appartenendo né al Pci né al Psi, aderirono per affinità intellettuali al Fronte: ad esempio scrittori come Massimo Bontempelli, Salvatore Quasimodo, Corrado Alvaro; uomini di teatro come Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Lilla Brignone, Silvio D’Amico; pittori come Mario Mafai, Domenico Purificato e Carlo Levi.
Attorno al Pci troviamo quindi la maggioranza degli intellettuali italiani che, anche se non strettamente legati da legami di militanza politica, costituirono l’anima di un profondo rinnovamento culturale in tutto il Paese, creando da un lato quell’egemonia di valori e ideali che contribuirono a sprovincializzare un’Italia ancora profondamente ancorata al modello sociale fascista e dall’altro aprendo ampie strade al rinnovamento intellettuale delle masse attraverso giornali, riviste, centri studi, case editrici e produzioni cinematografiche. Un primato culturale che sfociò nelle contestazioni del ’68, quando una nuova visione, alternativa al mondo diviso in classi, s’impose per realizzare l’utopia di una democrazia diretta fondata sui principi di libertà e partecipazione. Un desiderio che si trasformò anche in forte critica contro il vecchio Pci, percepito in molti casi come un’istituzione monolitica, lontana dalle esigenze di cambiamento sociale espresse dal movimento.
Con l’avvento della televisione, il costume della società italiana mutò rapidamente e con esso anche una certa tradizione del Pci che operò un rinnovamento nelle sue fila a partire dal basso, attraverso la lotta operaia e studentesca. Nuove categorie interpretative della realtà s’imposero seguendo la critica all’organizzazione capitalistica del lavoro e dando luogo ad una sinistra comunista che vide la nascita di leadership al di fuori delle formazioni partitiche storiche, in un contesto socio-culturale molto diverso da quello che aveva visto l’ascesa del Pci.
Per fronteggiare il dilagante malcostume politico e la perdita da parte del ceto politico e della collettività del senso dello Stato, nel 1973 Enrico Berlinguer, intuì la necessità di ricostruire una politica nazionale e internazionale con l’adottamento di una prospettiva e un’ottica strategica diversa: si lavorò per la prima volta infatti ad un “compromesso storico” fra le grandi correnti popolari della storia e della politica italiana, la componente comunista, quella socialista e infine quella di ispirazione cattolica, per un’alternativa democratica non più solo di sinistra.
Alle elezioni del 1976 il Pci raggiunge il suomassimo storico (34,4% alla Camera e 33,8% al Senato), scegliendo la via di un governo di stabilità e di solidarietà nazionale e astenendosi al voto di fronte al governo monocolore Dc, presieduto da Giuliano Andreotti.
Giunse a questo punto il periodo più duro per la giovane repubblica italiana: gli anni del terrorismo nero e rosso, momento storico in cui il Paese ricadde in un clima di paura ed insicurezza. Il Pci sarà il più deciso a rivendicare una linea di fermezza nella difesa dello Stato democratico e della sua autorità, ma la lotta armata non si placherà che a metà degli anni 80.
Ormai per il Pci, uscito ridimensionato dalle elezioni del 1988, è tempo di svoltare. Il crollo del muro di Berlino mette fine alla divisione del mondo in due blocchi determinando la crisi del modello comunista tradizionalmente inteso: per il Pci si chiude un’epoca. Dalle sue ceneri nasceranno il 3 settembre 1991 il Partito Democratico della Sinistra (PDS) e quello di Rifondazione Comunista (PRC), avviando un nuovo corso politico per la sinistra italiana.
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