Le paure irrazionali di una società spaesata

15 Maggio 2008 - Democrazia, Legalità 

 C’è chi continua a sottovalutare il potere mediatico nella formazione dei climi d’opinione. C’è chi continua a ignorare che la percezione della realtà tende fisiologicamente alla fallacia, alla generalizzazione più strumentale, e che, alimentarla in un senso piuttosto che un altro, è solo questione di costanza nel tempo. Il messaggio centrale è lasciato all’universo dell’implicito e lo si maschera nel rumore di fondo di un’informazione sempre più narrazione e sempre meno rappresentazione. In un processo di significazione simbolica, che rende visibile tutto ciò che resta al di fuori del nostro campo visivo, la nostra interpretazione del mondo subisce una parzializzazione pedagogica. Mentre si impongono soggettive mentali fortemente “coltivabili”, si offre la sensazione allo spettatore di un’autonomia intellettuale nella decodifica delle immagini sottoposte. Approfittano del tentativo operato dal cervello di abbattere la dicotomia occhio-telecamera rielaborandone una totalmente nuova: ciò che non fanno comparire non esiste.

Gli stessi che continuano a ignorare il grado di pervasività raggiunto dall’informazione televisiva, sono esattamente gli stessi che con tanta facilità, senza saperlo, inciampano e scendono sul medesimo piano del proprio interlocutore cavalcando le onde prodotte dalla retorica della politica del virtuale. Senza accorgersene, rincorrono l’avversario in una spirale di soluzioni-placebo atte a calmierare con false soluzioni falsi problemi. E quando, ad esempio, Walter Veltroni nomina Marco Follini responsabile per l’informazione del Partito Democratico, si ha la conferma e l’impressione che per sfuggire ad una famelica tarantola cerchino immediatamente riparo tra i filamenti della ragnatela.

Con questo non si può certo negare che l’emergenza-sicurezza non esista. E nemmeno che in buona parte dipenda anche dall’afflusso incontrollato di clandestini che raggiungono la nostra penisola. Sarebbe provocatorio non ammetterlo. Eppure i conti non tornano lo stesso.

I dati Istat presentati il 7 maggio scorso parlano chiaro: nonostante in Italia gli omicidi siano in forte diminuzione, la paura cresce esponenzialmente. A partire dal 2000 si è assistito infatti a una progressiva riduzione degli omicidi: si è passati dal dato indicativo di 13,1 omicidi per milione di abitanti al 10,3. La media europea è invece stazionaria intorno ai 14, e ciò non può altro che consegnarci un’Italia molto più sicura di quanto possiamo ipotizzare. Paradossalmente però l’italiano medio continua a percepire la criminalità come una delle maggiori preoccupazioni quotidiane: il 58,7% della popolazione avverte la scarsa sicurezza come una priorità nazionale.

Alltri dati confermano la tendenza nazionale. E’ la questura di Roma a dirci che nel confronto tra i primi trimestri del 2006 e del 2008 si registrano ulteriori contrazioni degli episodi criminali: le violenze sessuali da 53 sono diventate 35 l’anno (tre quarti avviene tra le mura domestiche), i furti e le rapine sono diminuite del 35%.

Si potrebbe poi avanzare il dubbio che per le strade il cittadino sia abbandonato a sè stesso; e invece neanche questa sembra una carta giocabile per gli allarmisti del securitarismo: se in Europa la media è di circa un poliziotto ogni 210-220 abitanti, l’Italia stabilisce il primato con un agente delle forze dell’ordine ogni 180 abitanti circa.

I reati comunque avvengono. Si verificano episodi spesso anche atroci nella loro brutalità. Vicende che lasciano il segno all’interno della memoria collettiva nazionale e che rendono necessario al più presto l’adozione di misure preventive. Soprattutto in un contesto moderno.

Tutti però sembriamo dimenticare che in una società, come la nostra, in cui dominano leggi del mercato tanto spietate da stabilire regole di convivenza sociale che escludono e creano emarginazione fra i più deboli, le violenze diventano forma fisiologica, valvola di sfogo per i reietti. E mentre tutti sembrano occupati a sezionare le modalità con le quali il rumeno violenta e uccide, nessuno si preoccupa di come invece la cronaca nera, come macrogenere televisivo, viene registrata e rielaborata dal mondo mediatico.

Ad esempio dal punto di vista giornalistico se il fatto è commesso da un nostro connazionale, se ne sottolinea il rango sociale attraverso l’occupazione. Se il responsabile ha invece origini extracomunitarie, si punta il dito contro la sua etnia. E’ questa una prima forma di discriminazione che colpevolemente trasforma nella difficoltà economica o nel diverso colore della pelle la ragione del misfatto. Come se la ricchezza o la “razza” potessero prevenire o incentivare un certo tipo di reato. Pura follia. 

Ricordiamoci poi di inserire il tutto in un contesto di perenne campagna elettorale all’interno della quale ogni fazione e coalizione prova a tirare acqua al proprio mulino attraverso la gestione di ogni specifico fatto di cronaca. Perchè al giorno d’oggi, saper sfruttare a proprio vantaggio la notizia che domina l’agenda setting, significa dominare la stessa agenda dei fatti quotidiani. Poichè il soggetto in grado di operare in questo senso, appare agli occhi del telespettatore come una persona capace di intervenire di fronte a qualsiasi inconveniente.

E’ la telepolitica, bellezza. Verrebbe da dire. Gli stessi politici che in conferenza stampa sbraitano tutta la loro indignazione per l’accaduto di fronte a centinaia di microfoni e telecamere, sono in realtà i diretti responsabili della gerarchizzazione degli eventi nell’informazione. In Italia basta una semplice telefonata al primo direttore di rete.

Un esempio su tutti mostra quanto questo modo di fare politica sia attuale. A cavallo tra le elezioni e il ballottaggio che hanno consacrato Giovanni Alemanno nuovo sindaco capitolino, a Roma, un rumeno accoltella e violenta una studentessa africana di 31 anni. E’ la sera del 17 aprile quando due uomini intravedono l’accaduto. Bruno Musci e Massimo Crepas decidono in prima battuta di non intervenire, ma per caso incrociano una pattuglia dei carabinieri. A quel punto cambiano idea e portano sul posto le forze dell’ordine che riescono a fermare Joan Rus mentre tenta la fuga. La televisione sente odore di storia da copertina e decide che Bruno Musci è stato “l’eroe”, “l’angelo custode” che ha salvato la donna originaria del Lesotho. Il meccanico 53enne a quel punto si trova a meraviglia nella parte. Ma questo non gli basta. E’ un convinto sostenitore di Giovanni Alemanno e senza troppo riflettere capisce al volo che può portargli una marea di voti. Dal canto suo il candidato del Pdl non ci pensa su due volte e lo promuove a uomo immagine del protocollo sicurezza con il quale il neofascista pensa di poter sbaragliare la concorrenza del rivale Rutelli. Peccato però che Musci abbia una serie di precedenti penali per spaccio e furto, oltre a due dei cinque figli con problemi con la giustizia. Quindi non proprio il prototipo del modello di cittadino perfetto che la destra ci propina da anni. A tutto questo si aggiunge poi una strana storia: Joan Rus nomina come avvocato difensore tale Marcello Pettinari, non certo un volto nuovo. Infatti Pettinari, in quota Pdl, è il penalista che ha difeso il magistrato Metta in occasione del processo Lodo Mondadori che vide coinvolti tra gli altri Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Come può permetterselo? Semplici casualità? Probabilmente, ma della vicenda, che vede le deposizioni secretate dalla magistratura, appare chiaro prima di tutto l’azione di propaganda politica grazie alla quale Alemanno ha stravinto il ballottaggio: l’ennesima strumentalizzazione del tema della sicurezza.

Nessuno però oggi appare esente da responsabilità. I milioni di italiani, caduti con tanta facilità nella trappola rielaborata dalla destre, ora fanno anche peggio. Inneggiano a gran voce una politica della tolleranza zero nei confronti degli immigrati, ma al tempo stesso ne hanno un fottuto bisogno per le proprie fabbriche e per i propri campi. Richiedono con veemenza più disciplina nella società, ma sono i primi a difendere a spada tratta i propri figli di fronte al giudizio incondizionato dei professori. Esigono più educazione e rispetto, ma non si preoccupano minimamente di crescere la propria prole in base alle più normali regole di convivenza e di civiltà. Si scagliano contro i cosiddetti fannulloni, ma sono i primi a subire le regole della precarizzazione del mercato. Vorrebbero più rappresentanza, ma alla fine votano chi potrebbe solo che peggiorare la loro condizione. E per questo già in molti cominciano a rassegnarsi. Via non certo risolutiva. Certo è che non siamo tutti così innocenti come pensiamo di essere. E’ forse venuto il momento di prendercela un po’ anche con noi stessi. Perchè viviamo in un paese dove torna sempre più di moda destra autoritaria, un paese tutto sommato, dove è considerato più facile sputare in faccia a chi sta peggio di te anzi che tendergli la mano e provare a capirne il perchè.

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