Fascismo: quella vergognosa premessa firmata con il sangue di Giacomo Matteotti

22 Maggio 2008 - Attualità, Democrazia 

“Noi contestiamo in tronco la validità delle elezioni di aprile. La vostra lista ha ottenuto con la forza i voti necessari per far scattare il premio di maggioranza. Chiediamo il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza”. 30 maggio 1924, Camera dei Deputati, prende la parola Giacomo Matteotti. Lancia, o almeno tenta fra continue interruzioni, urla e ingiurie, un forte discorso accusatorio.
In aprile si sono svolte le elezioni italiane, per la prima volta regolate dalla legge Acerbo, e il Partito Nazionale Fascista ha vinto con il 65% di voti. Quel giorno la Camera è chiamata a convalidare la nomina dei deputati appena eletti.
Giacomo Matteotti, deputato, segretario del Partito Socialista Unitario si alza, prende la parola, e firma la sua condanna a morte.

C’è agitazione in aula, le urla dagli scranni di parte mussoliniana sono incessanti, le interruzioni continue. Tenta di denunciare il clima che si è creato in Italia, sconfessa i metodi usati dalle milizie fasciste di Benito Mussolini per ottenere risultati, accusa senza mezzi termini le pressioni e le violenze subite dai candidati di parte avversa. Parla e descrive a chiare lettere un sistema antidemocratico, dittatoriale, pericoloso. Lo fa nel nome dei cittadini italiani, della loro dignità violata da un sistema che gli impedisce la libera scelta, che li costringe ad essere governati con l’uso della forza. “Nessun elettore si è trovato libero di fronte al quesito se approvasse o meno la politica o, per meglio dire il regime, del Governo fascista”. “Hanno votato otto milioni di italiani!” lo interrompono, “nessuno di loro – ribatte – si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto”. Accusa la milizia, “Viva la milizia fascista! Non si tocca la milizia!” gli fanno eco dalle tribune alla destra. Conclude, i colleghi di partito si complimentano, lui li incalza: “Il mio discorso l’ho fatto. Voi adesso preparate l’orazione funebre per me”. Sarà l’ultima volta che Matteotti prende parola in aula, perché pochi giorni dopo verrà rapito e assassinato dagli uomini del Regime, che forse credono di interpretare l’appello lanciato da Mussolini sul “Popolo d’Italia”, quando scrive che “è necessario dare una lezione al deputato del Polesine”.

L’ASSASSINIO. È la sera dell’11 giugno 1924 quando il deputato socialista Giuseppe Modigliani denuncia alla questura di Roma la sparizione dell’onorevole Matteotti, uscito di casa il pomeriggio del giorno precedente, e mai rientrato. Le prime indagini accertano che il deputato è stato aggredito sul lungotevere Arnaldo Da Brescia, malmenato, quindi fatto entrare con forza in una vettura, di cui i testimoni riferiscono il numero di targa. L’auto risulta presa a noleggio dall’avvocato Filippo Filippelli, direttore de “Il Giornale” politicamente schierato con il fascismo, e poi consegnata ad Amerigo Dumini, uomo di Mussolini e intimo amico di Cesare Rossi, il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei Ministri. Dumini ha alloggiato insieme ad altre sette persone, all’hotel Dragoni a Roma, nei giorni che precedono l’omicidio. Ci sono, tra gli altri, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo. Quando l’auto viene ritrovata, la sera del 12 giugno in un’autorimessa di via Frattina, ha i vetri infranti e il sedile posteriore macchiato di sangue. Vengono tutti arrestati, e durante l’interrogatorio sarà il Volpi a riferire che “il contegno di Matteotti è stato assolutamente spavaldo. Mentre lo pugnalavamo ci urlava “uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai!”, forse se si fosse umiliato  e avesse riconosciuto l’errore della sua idea non avremmo compiuto il fatto fino in fondo”. La confessione c’è. Il delitto politico è compiuto, e le reazioni nel paese non tardano ad arrivare. Viene alla luce, lentamente, quel doppio binario su cui il fascismo ha viaggiato fin dal 1922: l’appoggio istituzionale da un lato, con il gabinetto mussoliniano che cerca accordi politici nell’area cattolica e liberale, e il sottobosco clandestino. Quello delle “squadracce” nere che seminano il panico nella popolazione, che moltiplicano le violenze e ottengono il plebiscito elettorale a colpi di intimidazioni. Sono le accuse che Matteotti si prende la democratica licenza di lanciare, e che paga con una pugnalata nel costato prima di essere abbandonato nel bosco della Quartarella, lungo la via Flaminia, a 23 chilometri da Roma.
È qui che viene ritrovato, la mattina del 16 agosto, in evidente stato di decomposizione. Sarà riconosciuto con una perizia odontoiatrica, e gli esami disposti sul cadavere accerteranno che è morto per una ferita da arma da taglio, inferta quando era ancora all’interno dell’auto. A nulla sono serviti, allora, i chilometri corsi lungo la Flaminia per occultare il corpo, nascondere le prove di un regime che uccide i suoi oppositori politici per appianare i dissensi e radicalizzare il suo potere. Alla fine del lungo processo Dumini, Viola e Poveromo saranno condannati a 30 anni di reclusione, mentre Rossi e Filippelli verranno individuati come mandanti. Le responsabilità dirette di Mussolini nell’ordinare il fatto non saranno mai riconosciute ufficialmente.

LE REAZIONI PUBBLICHE. Insieme alla notizia dell’assassinio di Matteotti arrivano le reazioni allarmate della popolazione, e di quelle categorie sociali che hanno dato il loro indiscriminato appoggio al successo elettorale del “listone” fascista. Sono i “profondi disagi della coscienza” che esternano pubblicamente gli industriali, mentre l’opinione pubblica d’un tratto si capovolge; Giovanni Giolitti esce dalla maggioranza e Antonio Gramsci propone uno sciopero generale. Si ribaltano le carte e Mussolini, su cui ricade il sospetto di aver ordinato l’omicidio, è sul filo del rasoio. Può mollare, e dare quelle dimissioni che l’opinione pubblica si attende, o scegliere il giro di vite che determinerà il suo potere incontrastato. Intanto, già dal giugno precedente, i parlamentari dell’opposizione hanno riparato sull’Aventino, scegliendo la via della secessione e firmando, di fatto, la loro estraneità a una battaglia politica ancora da giocare, chiamandosi fuori dalle aule parlamentari in segno di protesta contro un sistema che di democratico oramai non ha più nulla. E mentre è ancora fresca la notizia del ritrovamento del corpo di Matteotti, il giornale di Giorgio Amendola, “Il Mondo”, annuncia che sta per pubblicare un dettagliato documento d’accusa contro il capo del governo: un memoriale di Cesare Rossi, che fa ricadere la responsabilità dell’omicidio direttamente sulle spalle di Mussolini.
Il clima nel paese si fa pesante. Se da una parte vengono chieste le dimissioni del governo, e l’annullamento del risultato delle elezioni d’aprile, dall’altro l’incerta e zoppicante trattativa fra l’opposizione che si è auto esiliata dalle aule e una monarchia che avrebbe la possibilità di frenare l’avanzata del fascismo mette il paese a rischio di una guerra civile che non si può permettere. Amendola lancia l’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche in un accorato appello alla mobilitazione, e il 27 dicembre “Il Mondo” pubblica le confessioni di Rossi. A distanza di due giorni sarà un editoriale del Corriere della Sera a chiedere a Mussolini di fare “la cosa più saggia: dare le dimissioni e mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria”.
Il confine è toccato, l’iniziativa adesso va presa. Mussolini convoca il Consiglio dei Ministri e decide di giocare il tutto per tutto. In un discorso alle aule fatto il 3 gennaio 1925 compirà il suo gesto di forza, assumendosi tutte le colpe che ricadono sul suo movimento, in chiara allusione all’omicidio Matteotti.   

IL BATTESIMO DEL REGIME. “Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto (…). Se il fascismo non è stato altro che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.
I “vivissimi applausi” che il verbale dell’aula riporta sono l’inizio ufficiale del regime.
Nel giro di un anno saranno emanate quelle “leggi fascistissime” che cancelleranno ogni residuo di libertà per il paese, il parlamento sarà svuotato del suo potere e alla fine di questa lunga pagina di storia Giacomo Matteotti sarà solo una fra le molte vittime della violenza fascista. Da ricordare per l’impegno politico e l’altezza morale, o anche solo per quelle parole che risuonavano fra gli scranni parlamentari, quando ammoniva i deputati fascisti quasi con un’accorata e umana preghiera. “Voi dichiarate ogni giorno di voler ristabilire la legge. Fatelo, se siete ancora in tempo. Altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza la ragione morale della Nazione. Non continuate più a tenerla divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema provoca licenza e rivolta. Se invece la libertà è data ci possono essere errori ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, al quale mandiamo il più alto saluto e di cui crediamo di rivendicare la dignità”.

Cecilia Dalla Negra

Commenti

2 commenti a “Fascismo: quella vergognosa premessa firmata con il sangue di Giacomo Matteotti”

  1. Simone on 23 Maggio 2008 10:26

    Non c’è dubbio, dalla padella alla brace. Mussolini negli anni Venti poteva ancora parlare chiaramente, dire apertamente e senza infingimenti quali fossero le intenzioni del regime in statu nascendi; oggi no. Oggi si deve ammantare tutto di retorica democratica e far credere che l’esistente sia assolutamente legittimo proprio in quanto esistente. Io penso di essere abbastanza realista, abbastanza adulto per misurarmi razionalmente con il linguaggio del potere, ma quando sento parlare i despoti attuali mi turbo, non riesco ad essere ironico nella dovuta misura. Non ci riesco perché mi rendo conto che lo stato attuale delle cose è la logica e storica conseguenza di “quelle” premesse. Mussolini aspirava al controllo sulle masse con mezzi adeguati. Il caso lo fece nascere nell’epoca sbagliata, ma poco importa: c’è sempre qualcun altro in attesa di prendere il testimone e portare a compimento il progetto. Occorre preservare il terreno di coltura adatto, il resto viene da sé, in tempi e modi che nessuno prevede. Convinciamocene: questa è la patria dei poteri forti, il terreno di germinazione di ogni logica di potere autocratico. Il capitalismo occidentale ha origine a Venezia, Genova e Firenze, lo sappiamo. A che radice democratica potremmo mai appellarci noi italiani? Questo paese non ne ha alcuna. E se la storia è solo questione di rapporti di forza, questi, qui da noi, sono sempre stati favorevoli al più forte fra gli oligarchi. Eppure una via da intraprendere ci sarebbe: l’organizzazione di massa. Ma le masse sono in grado di organizzarsi ed esprimere la forza necessaria ad invertire la rotta? Siamo pronti a sacrificare la sicurezza presente per il bene futuro? Siamo pronti a farci additare come disturbatori e fanatici? Siamo pronti a rimettere del nostro pur di gettare le basi per il cambiamento venturo? Siamo pronti a rinunciare oggi al nostro occhio destro per salvare il nostro corpo dal fuoco di domani? Keynes diceva che il capitalismo è irrazionale, brutto, iniquo, ecc, ma che non sapremmo con che cosa rimpiazzarlo, perché questo qualcosa ancora non c’è. Vogliamo dargli ragione e demandare ogni progetto sociale alle mafie e alla massoneria finanziaria, sperando che l’alternativa sociale passi attraverso il loro linguaggio politico? Non c’è alternativa politica senza un linguaggio sociale alternativo.

  2. Rosario on 24 Maggio 2008 16:12

    Anche io vedo le premesse di 1 svolta autoritaria. Il precedente governo di centrosinistra, anche se ha sbagliato tutto ( il risultato è quello che conferma il suo fallimento) , anche quando ha fatto provvedimenti d’autorità impopolari, non ha cercato di smantellare le garanzie; purtroppo cio’ che definisce meglio d’ogni cosa lo stato fascista è la mancanza di opposizione. Anche se paesi avanzati, come la Germania, hanno fatto governi di larghi intese, ciò andava nella direzione di servire il paese, e non vi è paragone con la nostra situazione attuale, appiattita su un cieco interventismo che ignora il punto di vista diverso, alimenta la conflittualità con contrapposizioni ideologiche, interviene senza competenze e dunque disastrosamente nei vari ambiti. Ministri che hanno 1 solo obiettivo: perseguire piani precostituiti… E’ come giocare 1 partita di football senza avversari

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