I valori della Resistenza, tra cinema e letteratura

1 Luglio 2008 - Democrazia 

La storia della Resistenza italiana è una storia di lotta e sacrificio, che parla di libertà ma anche di vendetta. È una pagina di storia di cui resta, a distanza di 60 anni, la memoria dei partigiani ma anche quella di tanta letteratura e tanto cinema neorealista che di quelle vicende fu il narratore privilegiato. I legami che uniscono questi generi alla memoria della resistenza sono stati essenziali per dar senso e corso ad un momento della storia italiana in cui coraggio, dolore e solidarietà unirono chi incarcerato, perseguitato, ridotto alla povertà ancora credeva nella libertà dell’uomo. 

Scrive Calvino ne Il segreto dei nidi di ragno: “le parti tutto a un tratto s’invertivano: da repubblicani diventavano partigiani e viceversa..da una parte e dall’altro si facevano sparare e si sparavano..”. Con la caduta del fascismo il 25 luglio ‘43 l’Italia è finalmente libera, dopo 20 anni di oppressione. È grande festa in tutto il paese. La guerra è finita ma la violenza no, inizia la guerra civile: la resa dei conti. L’8 settembre Mussolini instaura la Repubblica di Salò: 20 mesi in cui la campagna antisemita raggiungerà l’apice e il pericolo di una nuova dittatura fascista spaccherà in due l’Italia: fascisti della Rsi contro partigiani.

Molti italiani fanno una scelta dettata dal caso, altri da interessi: amicizie, parentele, opportunità. Trentamila uomini abbracciarono la causa armata dell’antifascismo, fuggendo sui monti per combattere il nemico. Altri, ex militari dell’esercito italiano si arruoleranno nelle file dell’esercito repubblichino, spinti dall’orgoglio nazionale e fascista. Non mancheranno gli episodi di resistenza ai tedeschi: molti militari disertarono e andarono poi ad alimentare le bande dei partigiani nelle montagne; nei Balcani, in Francia, in Grecia, in Albania, in Polonia, nelle isole, migliaia di militari italiani sfuggirono alla cattura da parte dei tedeschi e parteciparono ai movimenti di liberazione nazionali, unendosi ai partigiani locali. 

“Una voce anonima popolare narrante - continua Calvino - ci spinse dentro un universo multicolore di storie”. Infatti una forte tradizione orale fatta di quaderni, diari, fogli clandestini, funse da fonte inesauribile per chi, tra il ’44 e il ’47, volle raccontare le vicende della Resistenza. La necessità di scrivere di un destino storico comune, unì scrittori di varia origine in un movimento spontaneo, il neorealismo, così come aveva unito uomini di provenienza politica ed impostazione ideologica diverse nella lotta per la conquista della libertà. Scrivere “Il romanzo epocale” , il romanzo commemorativo della resistenza si impose come un imperativo per questi intellettuali nei primi anni del dopoguerra: Uomini e no di Vittorini, Cronache di poveri amanti di Pratolini, Il Partigiano Jonny di Fenoglio (splendido il film), ricostruirono le storie “epiche” di quegli uomini che abbandonarono la propria casa per vivere in condizioni di clandestinità, in scarsità di mezzi e cibo, storie di guerra ma anche storie di lotte interiori, di crisi umane. Storie in cui il tempo diventa un eterno presente, l’eterno ritorno di una istante che gira infinitamente su sé stesso per fantasmarlo. Non sarà il tempo del ricordo, e neanche quello del futuro, impossibile, a narrarle, ma una temporalità bloccata e infinitesimale di secondi di resistenza. “Questo era forse il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere per sempre, e non dovesse esservi mai altro che resistere. ..Come se mai la perdita che era sugli uomini potesse finire, e mi potesse venire una liberazione” da Uomini e no di Vittorini.  

Si svilupparono poi altri generi, come la memorialistica, la cronaca diaristica, sempre molto ibridi, che lasciavano ampio spazio alla narrazione dei fatti e delle vicende personali dei protagonisti della resistenza. Esempi di questo sottogenere furono libri minori scritti da scrittori come Bolis o Bizzarri, che non lo diventarono mai in modo ufficiale, ma che l’urgenza di verità, di documentare una vicenda umana unica, portò ad intraprendere una breve esperienza come scrittori di libri partigiani di memorie.

Come la letteratura e forse anche meglio, il cinema assunse alla fine del secondo conflitto mondiale il compito di dare voce a quegli strati popolari artefici della lotta partigiana, le miserie della guerra e gli orrori del fascismo. Attraverso film come Paisà di Roberto Rossellini, o Achtung! Banditi di Carlo Lizzani, L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo, l’Italia si rivede sul grande schermo povera e stremata dagli orrori del regime. Una realtà sociale complessa e stratificata che la nascita del cinema resistenziale ha raccontato con efficacia e immediatezza, ancor prima che la guerra fosse del tutto finita.

Roma città  aperta, girato inizialmente nella capitale nell’inverno 1945, mentre nel nord d’Italia si combatte ancora la guerra partigiana, racconta l’esperienza di vita vissuta dal regista Roberto Rossellini, dallo sceneggiatore Sergio Amidei e da tutta la troupe nella città  assediata dall’occupazione nazista. Con questo film, si apre anche una stagione di neorealismo cinematografico, in cui la Storia italiana si narra attraverso le vicende dei protagonisti della lotta all’antifascismo: è nelle immagini crude, nella vivacità popolare dei dialoghi, ma soprattutto nella capacità di simulare, senza alcuna retorica, una vicenda collettiva insieme epica e drammatica, che è racchiusa una preziosa e indispensabile memoria collettiva.

La lotta partigiana nacque dalla volontà radicale di singoli individui di liberare l’Italia dal regime fascista e poi dall’occupazione nazista. Un movimento che si consolidò radicandosi gradualmente sul territorio, dove trovò consenso e sostegno in gran parte della popolazione. Resse agli arresti, alle impiccagioni, alla fame. Si calcola che i caduti (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) siano stati più di 40 mila, altrettanti i soldati deportati che morirono nei lager nazisti. Una scelta drammatica ma che si manifestò come l’unica via possibile per cacciare il nazifascismo dal paese. Persone molto diverse per età, censo, sesso, religione, contadini ma anche accesi antifascisti che già durante il ventennio avevano segretamente agito per sovvertire il regime, pagarono con la propria vita la libertà di cui oggi tutti noi godiamo. 

Commenti

Un commento a “I valori della Resistenza, tra cinema e letteratura”

  1. Stefano on 7 Luglio 2008 16:34

    Molti libri cosiddetti revisionisti a mio avviso hanno il pregio di porre
    delle domande, non scontate e non banali. Le risposte che siamo in grado di
    dare a livello di Paese sino a scendere al singolo individuo sono ANCHE
    frutto della storia che ciascuno ha studiato sui libri (la maggior parte), o
    di quella vissuta in prima persona (orrmai una minoranza che si va
    anagraficamente estinguendo).

    Mio padre, (classe 1930), da sempre mi racconta la storia Italiana, in
    particolare narra con la spietata lucidità di un vecchio la cui memoria
    resta quella del bambino e dell’adolescente, del suo vissuto nei periodi
    fascista pre-bellico, bellico, Armistizio e Repubblica di Salò, Resistenza e
    fatti avvenuti dopo il 25 aprile 1945 (da considerarsi questi alla stregua
    di una guerra civile, con sanguinosi rendimenti di conti).

    Ho un’idea diversa dalla sua, spesso in maniera profonda dissento sulle sue
    conclusioni, però lo ringrazio ogni giorno in cuor mio perchè mi ha fatto
    sorgere tanti dubbi che mi hanno portato a studiare ed approfondire la
    Storia.

    Da una parte ho consolidato la mia “fede” repubblicana e democratica, il mio
    convincimento che la Resistenza è stato un periodo della storia italiana del
    quale il nostro Paese TUTTO, dovrebbe andare fiero, senza se e senza ma.

    Davanti ai morti di tanti sacrari delle vittime del nazi-fascismo ancora
    adesso (a 43 anni), non riesco ad evitare le lacrime: con la stessa pena
    piango i nostri morti a Cefalonia, ad El-Alamein o nella campagna di Russia.

    Quando avevo vent’anni e guardavo le date di morte di molti fascisti, della
    XMAS o repubblichini, pensavo “guarda un po’ questi coetanei che per un
    ideale sbagliato hanno sacrificato la vita” e mi chiedevo il perchè, che
    differenza c’era tra gli innumerevoli civili, partigiani, soldati alleati,
    ebrei, tutti dalla parte “giusta” che in egual misura hanno perso la vita.

    L’unica risposta che mi davo era che nella vita di ogni singolo essere umano
    ci sono dei momenti in cui ci si sceglie il proprio destino ovvero è il
    destino che ti cerca, ti trova e ti sceglie: sta quì la vera responsabilità
    del singolo.

    Poi mi sono ricordato un certo numero di canzoni “La guerra di Piero”(De
    Andrè), “Imagine”(Lennon), “Auschwitz” (Guccini), “Blowin’ in the wind”
    (Dilan).

    Stefano

Vuoi commentare?