Gianni Minà, ecco perchè sostengo “Pandora”
26 Luglio 2008 - Comunicazione
Intervista con Gianni Minà di Maddalena Carlino - Megachip
50 anni di carriera costruiti prima sullo sport e poi sui tanti reportage e libri sull’America latina. Lei è una di quelle poche persone che può dire di aver contribuito a creare l’attuale linguaggio della televisione. Cosa è successo oggi in Italia alla libertà di informazione e al pluralismo?
Non si osa più e non si ha più il coraggio. Io partivo con i miei risparmi puntavo su me stesso per seguire i grandi match di Clay. Tornavo col rischio che nessuno prendesse i miei reportage, pero c’era anche l’attenzione dei media nei confronti di un giovane cronista che tornava con qualcosa di importante. C’era un clima che oggi si è perso: anche i direttori erano più liberi di scegliere. Per esempio nella mia carriera di giornalista sono riuscito a raccontare pezzi di mondo attraverso la musica. Il rock o gli artisti impegnati esiliati dalle dittature del sud america erano una lente per guardare e raccontare cosa avveniva in quel momento storico. Ora tutto ciò è impossibile.
Lei ha firmato l’appello per un informazione libera diffuso dall’associazione Megachip. Come lei tanti altri personaggi lo hanno fatto. Certo che però la sua firma ha un valore diverso perché è un appello che viene da un esponente di una categoria, quelli dei giornalisti, che l’informazione la dovrebbero assicurare. In alcuni suoi articoli lei parla di giornalisti vassalli. Chi sono?
Sono tutti quelli che sono l’espressione di partiti politici e rappresentano l’assenza di coraggio. Si adeguano al modello di vita propagato dalla politica neoliberale del nord Americana. Con la scusa del “tengo famiglia” raccontano sempre la stessa storia che è falsa. Servirebbe più orgoglio. Altrimenti si rischia di scrivere un buon editoriale che non corrisponde alla realtà che le persone vedono uscendo in strada.
Lei è direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo ed ha costruito la sua lunga carriera sui tanti reportage fatti in quella parte di mondo. Ad oggi nelle cronache degli avvenimenti che investono il sud america molto viene omesso.
Negli ultimi 6-7 anni l’America Latina si è trasformata vivendo una rivoluzione economica e sociale incredibile. Hanno riscattato le proprie risorse che prima erano sfruttate dal nord America. Gli Usa concentrati sul Medio Oriente hanno dimenticato i confini di casa. Le storie dei presidenti di e Brasile, Chávez e Lula, sono state praticamente ignorate dai nostri operatori della comunicazione.
Parliamo di calcio. Aumentano sempre di più gli episodi di violenza che ormai lo abbiamo capito tutti non c’entrano niente né col pallone né tanto meno con lo sport. Una parte della popolazione tifosa però si riconosce e trova un’ identità in questi gruppi di ultras. La sensazione è che l’assenza di risposte dalla politica e dalle istituzioni abbiano dato potere alle frange estremiste. Perché i media non parlano di tutto ciò liquidando la questione in maniera semplicistica?
Queste frange, in realtà, sono composte da migliaia di persone e lo stadio è una scusa per scatenare la rabbia che covano dentro. La società capitalista genera delle persone assolutamente insoddisfatte in cerca di una rivincita e il calcio e lo strumento scelto per esprimere questa rabbia. Esiste un estremismo di destra che ha in mano il 90% degli stadi ed ora nessun governo è in grado di affrontare questo problema. La domanda è perché queste persone sanno scendere in piazza per torti calcistici ma non per difendere i loro diritti ogni giorno più calpestati dai governi.
C’è ancora speranza per un’ informazione libera e democratica?
Certo. L’America latina con la sua democrazia partecipativa lo dimostra. Dieci anni fa nessuno pensava a questa rivoluzione economica e sociale. I rubinetti da cui escono gocce di liberta sono sempre più chiusi. Le leggi sull’editoria, per esempio, sono solo a vantaggio dei grandi editori e glii strumenti di informazione sono in mano a imprenditori che hanno deciso di fondare una tv, un giornale o una radio solo per sostenere altri interessi in diversi settori. Sono casse di risonanza. Gli editori puri non esistono. Certo la lotta è dura. Siamo in una nicchia. Far circolare la controinformazione è l’unica strada. Quella che sentiamo dalle tv e dai giornali non è falsa.
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