Giampaolo Pansa, l’amanuense dei redivivi
1 Luglio 2008 - Comunicazione, Democrazia
Il segreto della Storia è nell’inerzia con la quale sa piegarsi arrendevolmente ai detentori del potere, alla loro capacità di agire sul passato attraverso rituali culturali che riconvertono l’universo dei simboli. Anche in un momento di totale disincanto politico e sociale come quello attuale, la memoria resta uno straordinario strumento di controllo. E l’unica forma concreta di opposizione al tentativo di riscrivere il passato è quello di individuare chi e che cosa ha l’interesse nel ricontestualizzare gli eventi storici al fine di gettare le basi per errori e orrori già commessi.
Le mode non riguardano solo il vestire o l’oggettistica. Anche le correnti culturali e le avanguardie subiscono il fascino di un’autoreferenzialità che coinvolge all’interno dello stesso ambiente sociale scrittori, poeti, filosofi e artisti di ogni genere. C’è il momento delle libere pulsioni e dello scandalo e il momento invece del pudore e del conservatorismo politico e apolitico. Nella pittura come nella storiografia. Una sorta di influenza o meglio di persuasione spesso autosuggestiva che ha subito una brusca accellerata con i nuovi mezzi di comunicazione a partire dalla seconda metà del XX° secolo. E’ sopraggiunto il tempo dell’universalità in cui lo stesso messaggio non resta più isolato nel suo contesto originario ma diventa onnipresente. Registrato e registrabile. Ma soprattutto sovrascrivibile se giova agli interessi di chi detiene il potere comunicativo per eccellenza: la televisione. Trasmissioni audiovisive e libri, una volta entrate nel circuito commerciale, creano uno stato di condivisione assoluta e contemporanea per decine di milioni di spettatori. Con un’omologazione spaventosa nella fruizione e nella rielaborazione. Superando ogni barriera spaziale. Con la prospettiva di usufruire di un eterno presente che divora il passato.
A proposito di scrittori che amano ascoltare gli umori dei tempi trasformandosi negli amanuensi del carro dei vincitori, annoveriamo il giornalista Giampaolo Pansa. Se negli anni rivoluzionari del ‘68 si dedicava alle imprese eroiche della Resistenza partigiana italiana nella Seconda Guerra Mondiale, dal 2001, con il trionfo del berlusconismo politico-televisivo e della destra in edizione Fiuggi, Pansa ha deciso di invertire il tiro: è giunto il momento di riqualificare la memoria dei repubblichini fascisti. Dei vinti di allora, che vincono oggi.
Giampaolo Pansa è lo scrittore saggista sicuramente più discusso degli ultimi anni. A seguito dei sui scritti sulla resistenza condensati in ben sette libri tanto letti quanto contestati. Grazie ai suoi romanzi estremamente pubblicizzati (“I figli dell’aquila”, “Il sangue dei vinti”, “Prigionieri del silenzio”, “Sconosciuto 1945”, “La grande bugia”, “I Gendarmi della memoria” e ultimo “I tre inverni della paura”) si è aperto un ampio dibattito sulla storia della Resistenza e su tutti i fatti che ne sono seguiti. Ed è proprio in questi giorni che è uscito il suo nuovo romanzo, con la solita passione-ossessione che intrapreso quella che in molti ridefiniscono un’opera di mero revisionismo storico.
“Nevica sangue nei tre inverni della paura . Sono le stagioni più dure della guerra civile italiana e dell’interminabile dopoguerra. Tedeschi, fascisti e partigiani combattono con obiettivi diversi, ma compiono le stesse atrocità.”.
Queste le parole nella prefazione dell’ultimo libro dello scrittore di Casale Monferrato, che un distratto lettore, in una libreria, leggerebbe sfogliando il suo nuovo romanzo. Ed è proprio da qui che si può cominciare a ragione e forse ad evidenziare la falsità o meno di un’affermazione.
Nel mondo fisico-naturale, esiste la morte, e non ha colori. Ma nel mondo della storia, di quella storia di cui vogliamo parlare, gli omicidi, purtroppo hanno avuto un colore e un contesto preciso dal quale sono scaturiti. Se riflettiamo sul “sangue dei vinti” sicuramente ci accorgeremo, per ovvi motivi, che era rosso, rosso come il colore degli ideali e del sangue dei partigiani morti nella ricerca della libertà, ma non per questo possono godere dello stesso significato.
Atrocità in alcuni casi sono state commesse dai partigiani. Per lo più vendette personali, covate in anni di oppressione, di violenze, di censura e di tortura fisica e morale. Dal riconoscimento degli errori della Resistenza, che a fine guerra rimase in piedi in azioni per lo più di cani sciolti, non è possibile però accettare alcuna comparazione con i repubblichini. Nessuno di loro ha mai combattuto per un ideale umanitario e per un regime garantista delle libertà primarie degli esseri umani. E cancellare in una sorta di gioco narrativo gli orrori a partire dai quali si è scatenata la vendetta, equivale a trasformare atti umanamente inaccettabili ma moralmente comprensibili in biechi assassini e truci violenze.
È per quale ideale di giustizia hanno combattuto e soprattutto chi è stato ucciso che rende diverso il sangue e quindi il valore delle battaglie che ognuno di loro ha combattuto.
Non ci deve essere nessuna giustificazione per i crimini e le violenze subite da cittadini inermi uccisi per vendetta ad opera di entrambe le parti e nemmeno per eventi tragici colpevolmente nascosti per anni, come la dolorosa vicenda delle foibe. Ma anch’essa va rivista con gli occhi della Storia e non di una storia. La repressione fascista capitanata dagli Ustascia di Pavelic e organizzata in veri e propri lager e campi di concentramento per croati innocenti, spiega, ma non giustifica minimamente, la triste sorte di chi è caduto per mano dei partigiani di Tito.
Neanche Nora Conforti, la protagonista dell’ultimo romanzo di Pansa, meritava di morire, vittima anche lei delle logiche perverse di una guerra generata da anni di rabbia repressa. Lei, vent’anni, voleva solo sposarsi e coronare il suo sogno d’amore, ma la guerra travolge e stravolge le vite e i morti innocenti lasciano un grande vuoto. Un vuoto fatto di odio profondo che la dittatura fascista ha generato in venti anni di “Stato-Totale”. E che non si può cancellare con la citazione di studi storiografici apertamente e dichiaratamente di marca fascista.
Se omicidi sono stati commessi, da soggetti che si affermavano essere partigiani, questi reati, formalmente, non sarebbero imputabili a quella “cosa” che prende il nome di Resistenza: non soltanto un movimento di uomini e donne che in seguito all’armistizio dell’8 settembre, si sono uniti per lottare materialmente contro i repubblichini e per la liberazione, ma soprattutto la manifestazione di un grande patto, “giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo” (*) contro il regime fascista che per molto tempo aveva coartato totalmente i diritti.
“Molta rabbia si era accumulata negli animi, afferma Ermanno Gorrieri - Era impossibile che non esplodesse dopo il 25 aprile. Violenza chiama violenza. I delitti che hanno colpito i fascisti dopo la Liberazione, anche se in parte furono atti di giustizia sommaria, non sono giustificabili, ma sono comunque spiegabili con ciò che era avvenuto prima e con il clima infuocato dell’epoca. I fascisti non hanno titolo per fare le vittime.”
È proprio da queste parole, dall’invito di Gorrieri a non fare le vittime, che si può fare una lettura critica dei romanzi e degli scritti di Gianpaolo Pansa, troppo preso nel suo intento di “rivedere” delle pagine della nostra storia, delle pagine che hanno dato vita a quei 139 articoli scritti nella nostra Costituzione repubblicana. Una volontà ottusa di parificare gesta e uomini che infanga per prima una carta costituzionale non semplicemente democratica ma essenzialmente antifascista. In questo sta la centralità della Resistenza e della Costituzione: l’aver detto no alle dittature passate, presenti e future.
*il riferimento è al contenuto della “Lapide ad Ignominia” di Piero Calamandrei.
Commenti
2 commenti a “Giampaolo Pansa, l’amanuense dei redivivi”
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Un dialogo per la definitiva pacificazione è possibile a patto che chi si è riconosciuto nel fascismo, lo giudichi come un disvalore.
Solo partendo da questo presupposto, si può dare spazio un dialogo che metta d’accordo tutti sui valori della Resistenza e sugli eccessi della stessa, come conseguenza di atteggiamenti di uomini che hanno agito mossi da rancori individuali.
L’uomo ha un difetto, cioè quello di voler a tutti costi cambiare le sorti della storia, rivedere fatti e misfatti ormai assodati. L’uomo ha un altro difetto, quello di non saper distinguere due cose apparentemente uguali ma diverse per matrice sociologica. Che non passi il messaggio che si tratti della stessa cosa, quindi io non condanno i partigiani, assolutamente! perchè se uno lede la mia libertà io mi difendo ed è gisuto che sia cosi. I partigiani si opposero, reagirono, si difesero e se pure volessimo far passare il termine “vendetta”, benvenga anch’essa. Il concetto andrebbe esteso, ma per ragioni di tempo non mi dilungo. Il sangue ha lo stesso colore, ma il sacrificio consumato a colpi di gocce mortali, è diverso ed è bene farne una netta distinzione. Oggi purtroppo ci sono ancora molti fascisti e si fatica a opporsi a regimi consolidati. In Italia c’è un regime, soft ma pur sempre regime. In Italia c’è anche una resistenza debole ma pur sempre resistenza. Se il regime diventa più duro e serrato, anche la resistenza si adegua ed ecco perchè non mi permetterei mai di condannare i partigiani. Li stimo!