Foibe, si omettono le carneficine antecedenti
1 Luglio 2008 - Democrazia
La repressione fascista in Jugoslavia: l’origine del male
Presentato di recente presso la libreria Arion di Roma, l’ultimo studio della storica triestina Alessandra Kersevan “Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”, edito da Nutrimenti, mette a fuoco il preciso contesto storico che ha preceduto il fenomeno delle foibe, restituendo quei dati, testimonianze e documentazioni di cui si fa spesso a meno quando di analizza questo periodo storico controverso.
Sottrarre il contesto, le concause, le radici degli eventi storici, in Italia ha sempre suscitato evidenti problemi di comprensione e ricostruzione, originando letture propagandistiche e poco attendibili dal punto di vista storiografico.
L’ultimo lavoro della Kersevan, storica e coordinatrice dalla casa editrice Kappa Vu per la collana “Resistenzastorica”, aiuta a far luce sul sostrato storico di quegli avvenimenti, recuperando elementi ed antefatti essenziali, nel tentativo di re-introdurre, con il dovuto metodo e rigore d’indagine, un dibattito ancora sospeso nell’agone ideologico (ora mediatico).
Cosa avvenne realmente in Jugoslavia tra il 1941 e il 1943? Dopo l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia, fra il 1941 e l’8 settembre del 1943, il regime fascista e l’esercito italiano misero in atto un sistema di campi di concentramento in cui furono internati decine di migliaia di jugoslavi: donne, uomini, vecchi, bambini, rastrellati nei villaggi bruciati con i lanciafiamme. Lo scopo di Mussolini e del generale Roatta, l’ideatore di questo sistema concentrazionario, era quello di eliminare qualsiasi appoggio della popolazione alla resistenza jugoslava e di eseguire una vera e propria pulizia etnica, sostituendo le popolazioni locali con italiani. Arbe-Rab, Gonars, Visco, Monigo, Renicci, Cairo Montenotte, Colfìorito, Fraschette di Alatri sono alcuni dei nomi dei campi in cui furono deportati sloveni, croati, serbi, montenegrini e in cui morirono di fame e malattie migliaia di internati. Una tragedia rimossa dalla memoria nazionale e raccontata in questo libro anche grazie ad una importante documentazione in gran parte inedita fatta di foto, lettere, testimonianze dei sopravvissuti.
Per approfondire ulteriormente il tema, abbiamo contattato direttamente l’autrice per porle alcune brevi domande.
Perché in Italia viene così trascurato il periodo storico antecedente alle foibe?
Dopo l’8 settembre del ‘43, l’Italia da stato fascista, aggressore e alleato dei nazisti, divenne paese occupato dai tedeschi e cobelligerante degli alleati e nei territori occupati si sviluppò una importante Resistenza, con una vasta adesione popolare. Ciò fece sì che nell’immaginario collettivo l’Italia diventasse paese aggredito, vittima e antifascista, facendo dimenticare il periodo precedente. Ciò fu funzionale sia ai progetti del governo italiano, in quanto così poteva spendere nelle trattative di pace l’immagine dell’Italia come vittima del nazismo e partecipe della lotta di liberazione europea, per limitare i “danni” costituiti dal fatto che in realtà era un paese sconfitto; sia agli angloamericani, che in funzione della già iniziata “guerra fredda” vedevano l’Italia come un importante alleato nel campo occidentale e quindi era necessario far dimenticare i crimini di guerra commessi dall’esercito italiano. Infatti generali e ufficiali e addirittura anche importanti comandanti fascisti, come Junio Valerio Borghese, sarebbero stati riciclati e usati in funzione antipartigiana e anticomunista. Purtroppo di questa smemoratezza sulle responsabilità italiane nelle guerre di aggressione è stato favorito anche dal fronte antifascista, che ad un certo punto in questo dopoguerra ha preferito mettere esclusivamente l’accento sui meriti partigiani dopo l’8 settembre, tralasciando, anche forse per un malinteso senso della “patria”, un discorso serio sui crimini commessi nei paesi aggrediti dall’Italia.
Da cosa deriva questa cattiva abitudine di sottrarre il “contesto” agli eventi storici?
Isolare un fatto storico dal suo contesto è funzionale alla riscrittura della Storia secondo le esigenze politiche dell’attuale ceto dirigente, teso alla riabilitazione del fascismo e alla delegittimazione di qualsiasi ribellione, oltre che alla condanna del comunismo. Infatti l’insistenza sul tema delle foibe e la sua manipolazione mass-mediatica non sarebbe possibile se gli italiani fossero consapevoli di ciò che il fascismo rappresentò nelle terre del confine orientale, se sapessero dell’aggressione alla Jugoslavia e delle atrocità commesse dall’esercito italiano contro i popoli slavi occupati, se sapessero delle fucilazioni di ostaggi, della distruzione di villaggi e delle orribili condizioni di vita nei campi di concentramento fascisti. Tuttavia la decontestualizzazione di queste vicende della seconda guerra mondiale sul confine orientale è solo un esempio. La stessa decontestualizzazione sta avvenendo per esempio anche riguardo al movimento del ‘68, alla questione dello stragismo degli anni Settanta, a tutto il discorso relativo alla Gladio, diventata da organizzazione clandestina e anticostituzionale a baluardo e difesa legittima dal solito “spettro” del comunismo.
Qual è stata la metodologia di ricerca che le ha consentito di arrivare a una stesura definitiva del libro?
Ho cercato di raccogliere più materiale possibile, e il più vario possibile, intorno ai campi di concentramento italiani. Quindi ho analizzato sia gli studi già esistenti sull’aggressione alla Jugoslavia e i campi di concentramento, sia documentazione d’archivio (dagli archivi di stato di Udine e Roma, all’archivio di stato di Lubiana, all’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, ma anche archivi comunali e parrocchiali, oppure l’archivio dell’ANPI o degli istituti storici della Resistenza), e poi la memorialistica, le tante autobiografie di soldati italiani che hanno combattuto in Jugoslavia o che hanno fatto parte dei contingenti di guardia ai campi, e naturalmente le interviste sia a ex deportati che a gente che abitava vicino ai campi. Ho cercato poi di confrontare questa diversa documentazione, cercando sempre più conferme per i singoli fatti.
Quali sono al momento i testi e le ricostruzioni più attendibili? E quali autori suggerisce a chi affronta per la prima volta questo tema?
Ci sono testi di autori che già perlomeno dagli anni sessanta hanno studiato e chiarito le vicende dell’aggressione alla Jugoslavia e della repressione dell’esercito e delle autorità italiane, come quelli del prof. Enzo Collotti e del compianto prof. Teodoro Sala. Poi naturalmente, per quanto riguarda i campi di concentramento ci sono gli studi fondamentali del prof. Carlo Spartaco Capogreco, per quanto riguarda le aggressioni coloniali gli studi del prof. Del Boca. Ma negli ultimi anni c’è sempre più attenzione ed interesse, e si possono trovare molti testi, da quelli di Rodogno sul “nuovo” ordine mediterraneo, a quelli di Eric Gobetti sull’occupazione della Jugoslavia e recentemente anche Davide Conti. Ma, come ho detto, negli ultimi anni gli studi sull’imperialismo italiano e fascista stanno diventando numerosissimi.
L’istituzione per legge della “Giornata del ricordo” da parte del centro-destra italiano
Nel 2004, il Parlamento approva la legge 92, istituendo il 10 febbraio la “Giornata del ricordo” per le vittime delle foibe. “La repubblica italiana ricorda” , questa è la frase scritta sulla medaglietta consegnata ai parenti dei caduti, secondo il testo della legge “infoibati o uccisi dall’8 settembre del ’43 al 10 febbraio del ’47, in Istria, Dalmazia e Italia orientale”.
Secondo un’indagine fatta dal collettivo “Resistenza storica”, dal 10 febbraio del 2006, solo poche famiglie hanno accettato di rendere noto il nominativo del proprio parente dopo aver ricevuto l’onorificenza: a Udine chi ha ricevuto il riconoscimento ha richiesto infatti che non fosse reso noto il nome del congiunto in questione. Qualcuno con un po’ di senno se ne vergogna.
Di quelli che hanno ricevuto il riconoscimento 55 erano militari fascisti dei vari corpi nazionali, squadristi, ma anche podestà e prefetti, capi e capetti a cui Mussolini affidò il controllo su terre e persone, o che ricoprivano incarichi per conto dei nazisti. Tra i “premiati” ce ne sono 14 la cui morte non può essere attribuita ad “infoibamento”, perché morti dopo o in altri luoghi, ma ci sono anche morti in combattimento e quindi chiaramente non inclusi nel testo della legge.
Insomma si premiano uomini che hanno contribuito a rafforzare un regime che in nome della purezza della razza e del mito della patria ha commesso orrori indicibili e si disonora la memoria di chi invece lottava per sradicare le bieche ideologie del fascismo dall’Italia e dagli italiani.
I dati ufficiali sui morti infoibati non sono quelli presentati in modo propagandistico dalle destre nazionaliste e gli storici che ne ricostruiscono i fatti, inseriscono contestualmente le foibe all’interno del secondo conflitto mondiale.
Istruzione e fiction: ecco la nuova propaganda
Come sottolinea la storica Claudia Cernigoi, “quando la propaganda di destra cita gli orrori delle foibe, si dimentica regolarmente di citare la quantità di morti che costò la pacificazione operata dai nazisti nei territori da loro liberati dai partigiani”.
Revisionismo, questo, che non si fa scrupoli a negare l’olocausto degli ebrei così come di quelli che il nazifascismo considerava inferiori: zingari, omosessuali, vecchi invalidi, e tutti gli oppositori politici.
Un’opera di strumentalizzazione finalizzata alla creazione ex novo di una memoria del tutto falsa da inculcare nelle nuove generazioni, sostituendo la verità con le menzogne, scambiando le vittime con i carnefici e relegando la lotta per la libertà di migliaia di partigiani ad una tragica guerra fratricida in cui a scontrarsi, non va dimenticato, sono state idee di onnipotenza contro idee di libertà.
Una strumentalizzazione che, consapevole della forza delle masse, tende perciò ad escluderle dalla storia, subordinandone le azioni al potere delle elite politiche e riducendone la libertà di pensiero. Infarcire l’immaginario popolare di grandi miti e speranze di vittoria: così si muove una destra astuta, erede della Repubblica di Salò, che ha incarnato in questi anni il rancore dei vinti conquistando una larga fetta di consenso servendosi degli strumenti del “soft power” per cancellare il passato e delegittimare la storia.
Nel febbraio del 2005 va in onda sulla rai una fiction dal titolo “Il cuore nel pozzo”, un esempio di mistificazione mediatica operata sulla tv pubblica, per diffondere nazionalismo e anticomunismo e sostenere il mito degli “italiani brava gente”. Un mix letale di immagini e ricostruzioni storiche romanzate, intessuto di stereotipi, seguito da ben 17 milioni di telespettatori, che non si fa mancare nulla della programmaticità della retorica usata dalla propaganda nazista e fascista. Dialoghi, inquadrature, colonna sonora rapiscono lo spettatore e lo tengono incollato alla drammatica vicenda di un bambino che perde i genitori nelle foibe istriane, uccisi dai feroci partigiani jugoslavi.
Le incongruenze storiche non si contano in quest’opera di bassa cinematografia che però raggiunge perfettamente il suo scopo: riscrivere la storia nell’immaginario popolare, sostituendo al ricordo ormai consumato della lotta partigiana e della guerra un’immagine nuova ma assolutamente falsa.
Non contenta dell’ottimo servizio di propaganda politica reso come tv pubblica, la Rai ha attualmente in lavorazione un’altra fiction tratta dal libro di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti”, dal contenuto esplicitamente revisionista. Il libro è infatti un insieme di congetture basate esclusivamente sulle tesi sostenute dai gruppi neofascisti in cui s’ignora volutamente la cornice storica in cui i fatti avvenuti in seguito alla liberazione si sono svolti. Un’opera di rimescolamento di false verità e pericolose ideologie per trasformare il passato in assurda mistificazione. Questa operazione di revisionismo ha interessato anche le scuole: in occasione del 10 febbraio scorso, in alcune scuole del Veneto viene distribuito un “cofanetto del ricordo”. Si tratta di un opuscolo che partendo da una ricostruzione sommaria e lacunosa della Storia del confine orientale dell’Italia fino ad oggi, pretende di coprire con poche righe una pagina lunga e delicata del nostro paese. Lo scritto, sottoposto ad un attento studio dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) veneto e della storica Alessandra Kersevan, ha rivelato gravi inesattezze e manipolazioni. A farne le spese gli studenti, i giovani, e tutti coloro che storditi da un sistema che propina solo menzogne ne fa nuovi sostenitori, spesso passivi del neofascismo italiano.
Commenti
2 commenti a “Foibe, si omettono le carneficine antecedenti”
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veramente interessante e importante il lavoro contro il revisionismo storico, in particolare la questione foibe, tanto spesso strumentalizzata per infangare l’eroica Resistenza italiana, comunista anzitutto.
tanti compagni vi sono grati del lavoro di contro-informazione che fate, continuate così!
saluti a pugno chiuso
manuela
Con tutta la loro sfrontata e vigliacca malafede i pseudo-storici revisionisti non hanno mai potuto dimostrare e tantomeno menzionare, una sola strage di civili
di cui accusare i Partigiani.