Disastro elettorale, scoppia la bararre interna del dopo-voto
6 Maggio 2008 - Democrazia
di Giordano Lorefice
La sconfitta elettorale della sinistra arcobaleno è stata assoluta, fragorosa, indiscutibile. I quattro “soci” di questo cartello elettorale (potremmo forse chiamarlo diversamente?) si stanno interrogando sulle ragioni della disfatta, e con loro larga parte dell’elettorato e del popolo di sinistra. Che succederà ora all’interno dei quattro partiti?
I Verdi, dopo aver già perso diversi esponenti,, durante tutta la campagna elettorale specialmente a livello territoriale, sembrano destinati ad approdare in blocco al Pd.
Sinistra Democratica appare l’unico soggetto ad oggi pronto a difendere a spada tratta la scelta del progetto politico della Sinistra Arcobaleno. Pare infatti deciso a spingere l’acceleratore sul fronte del partito unico, pur ventilando persino un possibile ricongiungimento con gli altri socialisti di Boselli, De Michelis e Craxi Junior.
Molto più complicata appare la situazione all’interno dei due partiti comunisti, il PdCI ed il PRC, dove il fallimento elettorale ha imposto una revisione non solo tattica, ma tale da investire nel suo complesso la strategia del movimento comunista in Italia, col riaffacciarsi di tendenze liquidazioniste e proposte di una nuova bolognina.
Nel PdCI, l’ultima direzione nazionale del partito, dopo aver respinto le dimissioni del segretario Diliberto, ha disposto un congresso straordinario da tenere entro l’estate, in concomitanza con quello del PRC. In tale sede è stato accolto favorevolmente l’appello all’unità dei comunisti, lanciato negli scorsi giorni da diversi intellettuali e vari movimenti (No TAV, No Dal Molin ecc.). L’idea di una costituente comunista dovrebbe porsi un duplice obiettivo, da una parte superare la scissione del ‘98 riunificando i due principali partiti comunisti in Italia, dall’altra costruire una casa, un luogo di incontro di tutti coloro i quali, individualmente o attraverso le soggettività più varie, sono portatori di una idea di cambiamento,radicalmente alternativa al progetto del PD, e che in questi anni non si sono visti rappresentati da nessun partito della sinistra.
Le maggiori incertezze riguardano allora le intenzioni e le finalità di questa nuova costituente comunista, la quale, nelle intenzioni di Diliberto non dovrebbe in alcun modo trasformarsi in un progetto settario ed identitario. La (ri)costruzione di un forte partito comunista non dovrebbe, quindi, essere contrapposta ai disegni di unità della sinistra chiaramente manifestatisi negli ultimi anni, ma un soggetto radicato nella società italiana che si ponga come strumento, elemento centrale di una ulteriore aggregazione nel campo della sinistra, che non guardi solo alle tradizionali soggettività partitiche della sinistra, ma che sappia animare una nuova stagione di opposizione sociale dal basso.
Anche nel PRC è in corso un dibattito piuttosto aspro che ha segnato un evento politico per certi versi inatteso: la sconfitta della linea bertinottiana all’interno del partito (dopo quattordici anni di assoluto strapotere), e la formazione di una nuova maggioranza (relativa) Ferrero – Grassi, che guiderà il partito fino all’imminente congresso di luglio. Almeno due saranno, verosimilmente, le mozioni, e le fazioni che si contenderanno la vittoria al congresso. In primo luogo c’è la ex maggioranza bertinottiana, orfana dell’ex Presidente della Camera, alla cui testa si pone l’ormai ex segretario Giordano e l’homo novus di Rifondazione, Nichi Vendola, attuale Presidente della Regione Puglia. I bertinottiani sostengono, nella sostanza, che la sinistra arcobaleno ha fallito perché non ha saputo diventare un vero soggetto politico, insomma un partito, non riuscendo a raccogliere l’invito, lanciato da Ingrao in occasione degli Stati Generali dell’8 e 9 dicembre scorso, a “fare presto”. Di conseguenza propongono, attraverso il superamento di Rifondazione Comunista, di rilanciare immediatamente la costituente del partito unico della sinistra arcobaleno, con chi ci sta, anche a costo di incassare delle defezioni, sia all’interno del PRC che tra gli altri partiti della sinistra.
L’ex ministro Paolo Ferrero guida invece la nuova maggioranza del partito, invero assai eterogenea, essendo composta dagli ex dirigenti di DP già bertinottiani (lo stesso Ferrero e Russo Spena), altri frammenti della ex maggioranza quali Mantovani, più l’area Essere Comunisti guidata da Claudio Grassi. Ancora non è possibile prevedere se l’asse Ferrero – Grassi porterà alla presentazione di una mozione unitaria, permanendo tra i due delle differenze sostanziali. Entrambi sono contrari allo scioglimento del partito, e ritengono inconcepibile la creazione di un nuovo soggetto della sinistra sbiadito dove il comunismo sia solo “una tendenza culturale” (come affermato, a sorpresa, da Bertinotti poche ore prima del voto). Grassi guarda con grande interesse alla proposta del PdCI di costituente comunista. Non è, invece, ben chiaro quale sia la ricetta di Ferrero. Quest’ultimo, ha affermato di voler cercare una terza via tra le proposte di partito unico della sinistra (Bertinotti – Sinistra Democratica) e di costituente comunista (PdCi – area Essere Comunisti con la probabile adesione anche dell’area dell’Ernesto). Questa potrebbe essere anche una precisa scelta tattica per accreditarsi quale figura di sintesi rispetto ai due schieramenti. In tal senso l’ex ministro della Solidarietà Sociale ha riproposto il modello della Sinistra Europea, vecchio progetto che sembrava ormai naufragato. Al momento però appare più un tentativo da parte di Ferrero più provocatorio che realmente percorribile. Insomma una proposta sulla scia del miglior bertinottismo, e proprio a discapito dei nuovi bertinottiani (in particolare dei Berti-boys, Migliore, De Cristofaro ecc.) e dello stesso Bertinotti, al quale lo stesso Ferrero non ha fatto mancare profondi attestati di stima negli ultimi giorni.
Tutto si deciderà in estate. E il prossimo mese di luglio, con i congressi di PdCI e PRC, si preannuncia ancora più caldo del solito. Un mese di scelte difficili, di riaggregazioni e forse di nuove scissioni. Come nella migliore tradizione della sinistra italiana.
Commenti
Un commento a “Disastro elettorale, scoppia la bararre interna del dopo-voto”
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A me sembra necessario un forte ricambio di gruppo dirigente per arrivare a un PC unitario. E la più grossa novità, per noi italiani, sarebbe aver un gruppo dirigente e un PC, che rispettassero le condizioni, che Lenin poneva per l’adesione all’IC. Ovviamente mi sono espresso schematicamente, ma spero si riesca ugualmente a capire cosa intendo.