Diaz-Bolzaneto: la repressione programmata

8 Aprile 2008 - Legalità 

Oltre alle cariche illegali, all’inaudita violenza dei pestaggi operati e ad un comportamento  inqualificabile da parte dei tutori dell’ordine nelle strade, la gravità dei fatti avvenuti a Genova supera ogni immaginazione se si prova ad approfondire due momenti precisi della tre giorni di quel luglio 2001. Infatti se in qualche modo si e’ giustificato Piazza Alimonia e la morte di Carlo Giuliani con una generica legittima difesa (poi vergognosamente portata avanti con perizie balistiche che sfiorano la commedia), quanto di efferato e tragico avviene nella Scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può e non deve passare inosservato. Sembra che la possibilità di agire tra mura irraggiungibili da occhi indiscreti e telecamere abbia dato il via libera a gesti ed atteggiamenti di sopraffazione che possono trovare riscontri solamente nelle peggiori dittature del secolo passato.
A questo scopo ricostruiamo insieme le due vicende:

- L’assalto punitivo alla Scuola Diaz 
Durante una scottante deposizione, il prefetto Ansoino Andreassi, allora vice-capo della Polizia di Stato, ha definitivamente posto fine alle illazioni che circolavano intorno alle motivazioni che portarono alla decisione di procedere con la perquisizione alla Diaz: l’ordine venne direttamente da Roma e fu quello di arrestare il maggior numero di manifestanti. “Si fa sempre cosi – disse Andreassi di fronte ai giudici – in questi casi. E’ un modo per rifarsi dei danni e alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La citta’ e’ stata devastata? Allora si risponde con una montagna di arresti”. L’allora Capo della Polizia De Gennaro, per dimostrare di riprendere in mano la situazione, comando’ quindi a più pattuglioni l’operazione e mandò direttamente sul posto Roberto Sgalla, responsabile delle relazioni con i media, per controllare il rapporto con la stampa. L’ordine era chiaro: manette a tutti.
In un’atmosfera a tal punto punitiva, segnata da una rincorsa all’arresto e dominata da una controversa confusione nella cabina di comando, i celerini entrano nella scuola compiendo un massacro senza precedenti. Il tutto fomentato da due notizie risultate assolutamente contradditorie: una presunta sassaiola operata ai danni di un reparto mobile di polizia proveniente proprio dalla Diaz e il mai riscontrato accoltellamento di un poliziotto superato il cancello.  
Una delle più importanti testimonianze parla molto chiaro: “Sembrava una macelleria messicana – ha confessato ai pm Michelangelo Fournier che a Genova vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma - Arrivato al primo piano dell’istituto, ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sono poi rimasto terrorizzato e basito - ha spiegato - quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: basta basta e cacciai via i poliziotti che picchiavano”, ha raccontato ancora Fournier. Tra le altre rivelazioni fondamentali fatte dallo stesso vicequestore c’e’ anche un profondo e serio ragionamento sull’omertà’ che, per spirito di corpo, circola sui fatti avvenuti a Genova proprio da parte di quelle forze dell’ordine inquisite. Un tentativo maldestro quanto meschino di occultare quanto successo: dalla paradossale introduzione di molotov, sequestrate in realtà di giorno nelle strade, nella scuola per giustificare le perquisizioni alle manganellate, ai calci e alle botte date in maniera totalmente indiscriminata a chi dormiva nella palestra, nelle aule e nei corridoi. Una resistenza passiva ci sarebbe comunque stata, ma nulla che potrebbe giustificare i 63 feriti, di cui alcuni molto gravi, e i 93 arresti tutti invalidati per procedure illegali. “La notte dei manganelli” ha sentenziato Lorenzo Guadagnucci, giornalista de “Il Resto del Carlino” di Bologna, testimone oculare e ferito in piu’ punti nel corso del blitz della Polizia di Stato alla Diaz.

- Le torture alla caserma-lager di Bolzaneto
 Secondo una fonte anonima interna al Reparto Mobile in servizio presso la caserma di Bolzaneto, tutto è cominciato alcune settimane prima del vertice con l’arrivo di un centinaio di agenti dei Gom, Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. E’ un reparto speciale istituito solo nel 1997, guidato da un ex generale del Sisde, che ha si è reso subito protagonista con un durissimo intervento di repressione nel carcere di Opera.. La trasformazione della caserma di Bolzaneto in un “lager” ha inizio con l’adattamento della caserma a carcere per i fermati e a infermeria per i feriti. La palestra diventa il centro di primo arrivo e di identificazione. Tutti i manifestanti fermati vengono portati qui, dove vengono controllati i documenti e poi prese le impronte. Una palazzina antistante è stata appositamente ristrutturata per il vertice ed è stata trasformata nel carcere vero e proprio. All’ingresso ci sono due stanzoni aperti, in cui la notte di sabato, fino a mattina inoltrata di domenica, staziona il vicecapo della Digos genovese (Alessandro Perugini, ndr) con alcuni poliziotti dell’ufficio e qualche carabiniere.
Le testimonianze sono agghiaccianti. Molti dei manifestanti che hanno subito il massacro alla Scuola Diaz, una volta arrestati, vengono portati proprio alla caserma di Bolzaneto. Si parla di circa trecento persone o più. Dalle ricostruzioni i fermati, appena scesi dalle camionette, venivano duramente percossi ancor prima di essere identificati. Una volta all’interno delle strutture cominciava l’inferno. Costretti a mantenere posizioni degradanti per ore, a ogni cedimento, ripartivano i pestaggi. Privati di cibo e sonno, tutti coloro che finiscono loro malgrado a Bolzaneto vengono umiliati, minacciati e terrorrizzati. I bagni divengono occasione per linciaggi, tanto che molti ragazzi preferiscono “farsi tutto addosso” che rischiare nuove botte. Si costringono i detenuti a cantare inni fascisti, come il tradizionale “faccetta nera” o il più folcloristico”uno due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, morte agli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove”. Ad altri viene imposto di insultare Che Guevara o di inneggiare al Duce, a Hitler e persino a Francisco Franco. I celerini più giovani sputano e scalciano e incitano i fermati a sfilare con il braccio destro teso alzato in un sadico saluto romano. “Con Berlusconi possiamo fare quello che vogliamo” ripetevano. Non semplici scatti di rabbia individuale ma  una “sistematica violazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” hanno sentenziato i pubblici ministeri che seguono il processo. “Vi è stata una volontà diretta - hanno aggiunto -   a vessare le persone ristrette nel sito a lederle nei loro diritti fondamentali proprio per quello che rappresentavano: tutti appartenenti all’area no global e partecipanti alle manifestazioni ed ai cortei contro il vertice G8″.
 Marco Poggi, infermiere penitenziario, è stato ridefinito dai colleghi “l’infame di Bolzaneto” perchè ha parlato. E chiaramente: “Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l´avrei mai ritenuto possibile”. Con la scusante delle perquisizioni, costringevano la gente a flessioni insostenibili, e ogni volta che qualcuno si fermava veniva picchiato. Piercing strappati anche dalle parti intime. Pure agenti donne infieriscono. “Gli agenti sono come sotto effetto di droghe” ha raccontato un giovane testimone. Circola una voce falsa che indicherebbe un carabiniere morto. Parte un poliziotto prende la mano di un ragazzo la divarica dai due lati fino e gli spacca la mano aprendola fino all’osso. La ferita gli sarà ricucita senza anestesia.
C’è chi sviene o chi vomita sangue ma nulla ferma i carcerieri. “Delle violenze nelle strade di Genova c’erano le immagini, le foto, i filmati – commenta l’infermiere Poggi -  tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità”.

di Alessio Marri

Commenti

2 commenti a “Diaz-Bolzaneto: la repressione programmata”

  1. Renato Bastianello on 9 Aprile 2008 08:23

    Ritengo i fatti del G8 di Genova una vergogna tutta italiana, una vergogna che pesa sull’Italia rendendola indegna di essere annoverata tra le nazioni civili. Personalmente sarei per una class action del popolo italiano contro i politici, a mio avviso, facinorosi e vigliacchi che hanno incitato al massacro (alcune foto identificano bene chi sono) e allontanamento con ignominia dalle istituzioni dei politici, poliziotti e carabinieri che si sono macchiati di queste infamie, perché, a mio avviso, non sono affatto nostri rappresentani o tutori dell’ordine, ma criminali comuni associati in bande armate e, cosa ancor più grave, con la copertura delle istituzioni.
    Oltre ai reati penali dei quali si sono macchiati, a mio avviso, in una nazione civile, dovrebbero rispondere anche dei danni d’immagine arrecati all’Italia.
    Un pensiero infine visto che ci hanno obbligato a votare con una legge porcata anticostituzionale: analizziamo bene chi sono i tristi figuri che ci vengono imposti e cerchiamo di capire dove vanno a parare, non dovrebbe essere così difficile, quindi votiamo di conseguenza!
    Nel 2001 vi è stata una sterzata netta dell’Italia nel più becero dei fascismi, fuori dei nostri confini se ne sono ben accorti (infatti dobbiamo ringraziare i nostri connazionali all’estero se c’è stata una minima discontinuità con le elezioni , anch’esse porcata, del 2006) , sappiamo bene chi dobbiamo ringraziare dell’involuzione dell’italia, cerchiamo di farlo nella cabina elettrorale domenica prossima!

  2. Simone on 14 Aprile 2008 12:15

    E tuttavia io ricordo D’Alema che, esprimendosi in merito ai fatti di Genova durante un’allocuzione parlamentare, diede ad intendere che bisognava chiarire i fatti, aggettivando come “cileno”, se non ricordo male, il comportamento repressivo di certe unità delle cosiddette forze dell’ordine. Cosa ha fatto D’Alema per la verità sui fatti di Genova? E Bertinotti? Quest’ultimo disse, riguardo al caso Sgrena, che bisognava far chiarezza, che l’inchiesta non si sarebbe arrestata prima di aver prodotto qualche utile e oggettivo riscontro. Parole! Nient’altro che parole. La sinistra che chi andrà a votare domenica e lunedì sosterrà, è complice della destra ridicola e mafiosa che ha garantito l’impunità dei colpevoli con una distorsione mediatica che, credo, passerà alla storia. E’ questa la sinistra che andrai a votare, o popolo. Ricorda.

Vuoi commentare?