Coltivazioni di OGM: dal campo alla tavola

16 Luglio 2008 - Dai movimenti 

Oltre questo aspetto della dispersione spontanea di semi GM in natura, ci sono poi molti altri aspetti su cui i colossi agroalimentari puntano per convincerci della bontà - e non solo, ma financo dell’assoluta necessità - degli organismi geneticamente modificati.
In questo “gioco alla disinformazione di massa”, si passa dal tralasciare candidamente una serie di fattori negativi, alla vera e propria manipolazione di ricerche e pubblicazioni.

I temi portati a sostegno delle coltivazioni GM sono sempre gli stessi, e vengono riproposti con ammirevole ostinazione nonostante siano stati smontati da tempo.

Gli argomenti più proposti sono:

1. “Gli OGM non sono altro che la naturale continuazione di tecniche di selezione praticate ormai da millenni dagli agricoltori di tutto il mondo”
2. “Gli OGM sono più resistenti ed elimineranno l’uso dei pesticidi dannosi per la salute”
3. “Gli OGM sono sicuri: non c’è pericolo per la salute”
4. “Gli OGM sono più produttivi e salveranno l’umanità dalla fame

Cercherò di sintetizzare al massimo questa parte, rimandando per gli approfondimenti alla bibliografia e alla sitografia che compaiono alla fine di questo scritto.

1. Affinità con le tecniche tradizionali.

Abbiamo visto nella definizione di OGM che le tecniche bioingegneristiche divergono dalla tradizionale selezione operata dall’uomo: in sintesi, questa incrocia individui della stessa specie sfruttando la naturale riproduzione sessuale, il biotech invece inserisce nel dna di una specie un pezzo di dna del tutto estraneo. Una opera “nell’ordine naturale delle cose”, l’altra del tutto al di fuori d esso.

2. Resistenza e uso di pesticidi.

Il secondo argomento merita un approfondimento per via della confusione e dell’apparente contraddizione dei dati che si possono trovare.

E’ dimostrato come gli OGM non evitino l’uso dei pesticidi.
In primo luogo perché alcune varietà (come il mais Bt) incorporano direttamente il pesticida nella pianta, per cui l’agricoltore riduce le applicazioni sulle piante, ma per fare un calcolo corretto della reale quantità di pesticida usato bisogna tener conto di quella parte che comunque viene prodotta e rilasciata nel terreno, dalle piante OGM stesse.
In secondo luogo, ogni pianta GM necessita di uno specifico pesticida ad hoc, sintetizzato dalla stessa azienda che produce l’OGM.
Oltre a ciò, bisogna considerare che gli OGM non evitano l’insorgenza di erbe e parassiti resistenti all’apposito pesticida.

Per fare un esempio che chiarisce il quadro generale di tutti questi aspetti, il Northwest Science and Environmental Policy Center ha condotto uno studio in base al quale nei primi 3 anni di commercializzazione di varietà GM di mais, soia e cotone (1996-1998), c’è stata una diminuzione nell’uso di pesticidi applicati ai campi di 25,4 milioni di libbre [11,5 milioni di chili], ma negli ultimi 3 anni (2001-2003), si è verificato un aumento pari a 73,1 milioni di libbre [33 milioni di kg]. (3)

L’agricoltore che passa a coltivi GM quindi, non elimina l’uso di pesticidi: cambia tipologia, ma il rischio legato alle sostanze usate in entrambi i casi è fuori discussione. (Qui una pagina in inglese che sintetizza storia e proprietà dei pesticidi: Chemistryexplained.com).

Inoltre, come appena accennato, molto spesso si constata la necessità di aumentare progressivamente la quantità di erbicidi perché le “erbacce” possono ben presto divenire resistenti anche ai diserbanti per OGM.
Per fare un esempio: “Piante infestanti di colza resistente a tre diversi tipi di erbicidi, frutto della combinazione spontanea tra caratteri transgenici e non, sono ampliamente diffuse in Canada e negli Usa. Erbe infestanti di nuovo tipo resistenti al glifosato hanno reso necessario l’uso in campi di soia e cotone ogm, dell’atrazina, diserbante tra i più tossici in commercio.” (4)

Ci troviamo di fronte a una situazione apparentemente paradossale.

Da un lato i semi GM possono ridurre drasticamente la biodiversità: abbiamo visto come è possibile una contaminazione spontanea di coltivi tradizionali, con nascita di individui dal genoma ibrido, dagli esiti imprevedibili sia per quanto concerne il campo in oggetto sia per tutti gli organismi che fanno parte della rete alimentare di cui OGM e ibridi fanno parte (uomo compreso). La contaminazione porta a un depauperamento dei genomi naturali con relativa diminuzione della biodiversità, cioè della varietà dei genomi disponibili in natura.
Oltre alla “insicurezza genetica” inerente le specie coltivate, bisogna annoverare anche i possibili effetti sulla vegetazione naturale e le dinamiche interspecifiche tra piante e animali dell’ecosistema preso in esame. Sono dinamiche molto complesse, come qualunque cosa riguardi la vita e nella fattispecie l’ecologia: spesso basta il minimo cambiamento di una variabile per scompigliare tutto il sistema con ripercussioni non prevedibili e non controllabili.

Dall’altro lato, gli stessi OGM, necessitando di appositi erbicidi e non potendo impedire la comparsa di infestanti e parassiti resistenti, possono andare incontro a gravissime perdite.
Immaginiamo un evento negativo che si abbatte su una coltivazione tradizionale (per esempio l’attacco di un parassita): qualche individuo subirà danni, altri moriranno, ma difficilmente l’intera coltivazione morirà perché è composta da individui dal genotipo diverso, ognuno unico. E’ proprio questo il segreto della vita sulla Terra: la diversità. C’è sempre qualche genotipo che “la spunta”, e che fa proseguire alla propria specie la grande avventura dell’esistenza.
Immaginiamo lo stesso evento negativo che si abbatte su un coltivo GM: se il genoma artificiale creato dall’uomo non prevede l’attacco di quel parassita, non uno ma tutti gli individui di quella coltivazione moriranno, perché anziché un insieme di individui dal genoma unico, è come se vi fosse un solo individuo.

Dunque, ecco che emerge uno scenario tutt’altro che impossibile: dopo aver diminuito la biodiversità generale contribuendo a eliminare diverse varietà di prodotti in favore di un’unica varietà standardizzata, le colture GM possono finire per scomparire a loro volta, travolte da eventi a cui il loro corredo genetico artificiale, uguale e fisso per tutti gli individui di quella specie (una vera assurdità naturalistica), non era stato progettato per resistere.
Se pensiamo che sulle Ande precolombiane si coltivavano decine di varietà diverse di patata - ognuna adatta a particolari condizioni microclimatiche, ognuna resistente a determinati parassiti e ognuna caratterizzata da un suo specifico contenuto nutritivo - il paragone con la situazione odierna, in cui dominano due o tre varietà al massimo, appare avvilente.

Può suonare strano alle orecchie di una persona abituata a sentire solo la “campana” dei media ufficiali, ma la realtà è che quelle stesse piante create per essere più forti e resistenti, sono proprio quelle che rischiano maggiormente l’estinzione.

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Note:

(3) “Farmer’s Guide to GMOs” (documento in pdf)

(4) “OGM: 13 ragioni per dire no”

3. Sicurezza alimentare.

Non abbiamo la minima garanzia che gli OGM siano sicuri. Nessuno studio ne ha finora attestata la sicurezza alimentare, mentre una serie di ricerche che mostrano l’esatto opposto sono state ostacolate e messe a tacere con ogni mezzo. Più avanti indicherò qualche caso, ora mi limito a riportare questo breve stralcio sugli “Effetti tossici di derivati alimentari prodotti da OGM”:

“RISCHI REALI:
Un famoso caso avvenuto alcuni anni or sono portò alla morte di 37 persone negli USA a seguito dell’assunzione di un integratore contenente triptofano ottenuto da batteri GM. La modificazione genetica aveva comportato un’alterazione nel metabolismo dei batteri con la comparsa di metaboliti secondari tossici del tutto sconosciuti ed imprevisti.
RISCHI POTENZIALI:
Molti alimenti sono oggi prodotti da organismi GM (ad es. lo yogurt prodotto con lattobacilli ogm). Considerando che ancora oggi il trasferimento di geni da un organismo all’altro è un meccanismo non ben compreso e non totalmente sotto controllo, è facile immaginare che il gene inserito in alcuni punti del DNA possa comportare sconvolgimenti a livello metabolico o addirittura comportare attivazione di geni silenti o spegnimento di geni attivi con conseguenze imprevedibili”. (5)
Ogni giorno gli OGM finiscono sulle nostre tavole, senza che noi possiamo esercitare la minima libertà di scelta. La legge europea, tra l’altro, permette di non dichiarare la presenza di OGM negli alimenti se è inferiore allo 0,9%. Pare poco, ma moltiplicandolo per tutto il cibo che mangiamo si può avere una vaga idea della quantità di OGM che, inconsapevolmente, ogni giorno assumiamo.

4. Produttività e questione alimentare mondiale.

Gli OGM non sono necessariamente più produttivi rispetto alle coltivazioni tradizionali, nonostante la pubblicità finanziata dai colossi del biotech voglia farcelo credere. Anzi, in alcuni Paesi come l’India sono sorti movimenti di protesta proprio a causa di questa (ennesima) promessa non mantenuta da parte delle aziende produttrici di OGM. In India la percentuale dei raccolti GM falliti arriva fino al 100%. Sempre per citare qualche altro dato a titolo d’esempio:
“Complessivamente le promesse fatte relative all’aumento dei raccolti non sono state concretizzate, fatta eccezione per un piccolo aumento nei raccolti di mais Bt. Inoltre, la principale varietà GM (soia Roundup Ready) produce dal 6-11% in meno delle varietà non-GM.” (6)

Con questi dati di fatto, appare evidente come di colpo vengano meno tutte le premesse che dovrebbero sostenere la tesi per cui “gli OGM sono la soluzione alla fame nel mondo”.

E’ chiaro a tutti coloro che si interessano di questa tematica che gli OGM non possono salvare il mondo dalla fame.
La politica che ne è all’origine non punta certo in questa direzione, anzi scavando nei retroscena della storia degli OGM si scopre come la fine della fame nel mondo non rientri nemmeno nei programmi dei creatori della bioingegneria.
La questione alimentare a livello mondiale non è del tipo “Non c’è cibo sufficiente per tutti”, ma piuttosto “Il cibo non è disponibile allo stesso modo ovunque nel mondo”. Mi chiedo se, anziché inondare questi Paesi del “terzo mondo” con il biotech, non sia meglio permettere che ogni popolo sviluppi una propria agricoltura (come ogni popolo ha sempre fatto, peraltro), con modalità e tecnologie ad hoc, che solo la popolazione locale può sviluppare, conoscendo le peculiarità del proprio territorio. Difficile, forse impossibile oggigiorno, ma sarebbe credo la soluzione più efficace.

Non ci servono, in sostanza, campi che producano più tonnellate di grano, o mucche da cui ricavare forzatamente più ettolitri di latte: ogni anno, già oggi, nel mondo viene buttata via una quantità di cibo semplicemente sconcertante.
Per restare nella sola Italia:
Ogni giorno finiscono in discarica o all’incenerimento 4 mila tonnellate di alimenti, il 15% del pane e della pasta che gli italiani acquistano quotidianamente, il 18% della carne e il 12% della verdura e della frutta.” (7)

La fame nel mondo non si combatte semplicemente aumentando la produzione.

Il bimbo africano denutrito che viene cinicamente usato come arma psicologica verso i detrattori degli OGM (o anche solo verso l’opinione pubblica desiderosa di informazioni) è purtroppo l’ultimo dei pensieri della lobby agroalimentare, peraltro troppo spesso connessa con le lobby farmaceutica e militare-industriale.

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Note:

(5) “Le biotecnologie applicate al comparto agroalimentare”

(6) “Fame e sprechi alimentari. Convegno”

(7) “I semi del dubbio”

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