Aereoporto di Ampugnano (SI), la protesta dei No Fly finisce su “La Repubblica”

30 Settembre 2008

Ambientalisti e lord inglesi sulle barricate. Stop al progetto
Siena e l’aeroporto della discordia - battaglia per salvare le colline
di GIOVANNI VALENTINI

SIENA - Le visite del pubblico ai giardini di Villa Chigi, costruita
alla fine del Seicento per celebrare l’elezione di papa Alessando VII e
oggi proprietà di Lord Lambton, al momento sono sospese. Ma basta
allungare il collo oltre il cancello dell’ingresso per scorgere sulla
facciata un grande lenzuolo bianco con la scritta: “No ampliamento di
Ampugnano”, con la sagoma nera di un aeroplano che attraversa la “O”
per simulare un segnale di divieto. Evidentemente, neppure il ricco
gentiluomo inglese che si divide fra Londra e questa storica dimora
toscana vuole che ora il piccolo aeroporto nel Comune di Sovicille,
insediato negli anni Trenta come scalo militare in un’ex palude ai
piedi delle colline senesi, venga esteso e ingrandito per diventare un
aeroporto commerciale di linea. Leggi il resto

Vicenza, il commissario del governo: “Oggi il Dal Molin passa nelle mani degli americani”

30 Settembre 2008

Da oggi l’area dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza “viene consegnata al comandante militare italiano della base che la rende disponibile agli Stati Uniti” ma “non diventa territorio Usa”. Lo afferma in un’intervista al ‘Corriere della Sera’, il commissario di Governo, Paolo Costa, che aggiunge: “sull’area varranno sia il diritto italiano sia quello americano”. Leggi il resto

Scuola e riforma Gelmini: comunicato stampa del Comitato precari liguri

30 Settembre 2008

Il Comitato Precari Liguri ha organizzato assieme ai COBAS di Genova
un’Assemblea Cittadina in data giovedi’ 25 settembre, presso il Museo
di Sant’Agostino a Genova.

Dall’assemblea sono uscite le seguenti proposte di lotta.

1) istituzione di un Gazebo permanente in p.zza Matteotti che sarà
allestito entro la prima decade di ottobre e che sarà messo a
disposizione di associazioni di genitori, studenti, sindacati, gruppi
spontanei, scuole, e quant’altro, interessate a portare un contributo
informativo serio sul mondo della scuola.

2) indizione di Assemblee Sindacali in tutte le scuole per preparare la
mobilitazione che ha un punto di partenza nello Sciopero Generale
indetto dai COBAS e fissato per Sabato 17 ottobre 2008, con
manifestazione a Roma. In tali assemblee saranno ovviamente benvenute
le informazioni relative ad altre iniziative sindacali, in particolare
di CGIL, CISL, UIL e Gilda a partire da quella annunciata da Guglielmo
Epifani in data odierna.

3) l’istituzione di un coordinamento, chiamato “Comitato SOS Scuole
Genova” che si farà motore di iniziative e coordinatore delle stesse.

4) un volantinaggio presso la Fiera di Genova previsto per il giorno di
apertura del Salone Nautico Internazionale.

5) la predisposizione di un documento da proporre ai Collegi Docenti di
tutte le scuole genovesi (e non solo) contro le riforme
Tremonti/Gelmini. Leggi il resto

L’Abruzzo ha ancora un futuro?

27 Settembre 2008

Dopo mesi e mesi di inspiegabili rinvii il TAR ha emesso la sentenza sulla costruzione del ‘Centro Oli’ a Ortona. Ed è una sentenza di morte per il futuro della regione adriatica. Al contrario di ogni aspettativa, sono stati spazzati tutti i ricorsi presentati da Istituzioni, ambientalisti, agricoltori e associazioni varie.

Una sentenza che va oltre ogni possibile scenario prevedibile. Il tribunale amministrativo ha spazzato via, nei pochi minuti della proclamazione della sentenza, tutte le possibilità attuali per fermare la costruzione dell’impianto ENI. Infatti, insieme al rigetto del ricorso, è stata dichiarata inapplicabile la legge regionale che bloccava ogni costruzione sulla costa fino al 31 dicembre. Alla luce di questo, oggi, mentre la tastiera batte queste righe, l’ENI potrebbe aver già ricominciato i lavori e l’apertura del ‘Centro Oli’ essere imminente.

Le motivazioni della sentenza sono a dir poco aberranti. Il TAR afferma testualmente che l’interesse energetico(che nessuno, dati scientifici alla mano, è mai riuscito a dimostrare possano essere tutelati dalla costruzione del Centro Oli) ha pari valore, se non superiore, alla salute pubblica e alla tutela dell’agricoltura e delle attività economiche ad essa connesse. Poche righe nelle quali si sancisce il sacrificio della salute pubblica, della vita di migliaia di persone, ad un ’superiore interesse economico’. Una retorica cruenta degna della peggior dittatura novecentesca. Riecheggiano ancora nelle orecchie dei più anziani, e di chi crede nel valore della memoria, le parole di Benito Mussolini all’ingresso dell’Italia in guerra. “Abbiamo bisogno di alcune migliaia di morti per sedere al tavolo dei vincitori”.
A questo va aggiunto che il tribunale amministrativo ha affermato che WWF e Legambiente, in quanto associazioni ambientaliste, non potevano promuovere il ricorso non essendoci un loro interesse da difendere. “Non si può ritenere che abbiano anche la facoltà di impugnare atti che potrebbero in astratto arrecare danni alle coltivazioni agricole anche sé di pregio. Se fosse vero questo allora sarebbero abilitati a impugnare qualsiasi opera di carattere pubblico o privato che potesse eventualmente arrecare danni all’ambiente considerato in tutti i suoi aspetti anche di carattere urbanistico” scrivono i giudici.
Una situazione che sgomenta e agghiaccia. Se il risultato doveva essere questo perché mesi e mesi di rinvii?

Il futuro dell’Abruzzo, la vita dei suoi abitanti, la qualità delle sue terre sono oggi irrimediabilmente avviate verso la distruzione. In tutti questi mesi tante sono state le speranze e le aspettative, alla luce anche della straordinaria mobilitazione popolare, civile e istituzionale. Oggi è rimasto solo, flebile e soprattutto rischioso considerato che l’ENI è da subito autorizzata ai lavori, il ricorso al Consiglio di Stato. Insieme all’indignazione e alla rabbia, alla necessità vitale di non cedere il proprio futuro ad una oligarchia chiusa e bieca, pochi rinchiusi in una stanza che hanno venduto l’Abruzzo.
Questa mattina Enrico Paolini, vicario dell’ex governatore Del Turco, ha esaltato i risultati della stagione turistica estiva abruzzese. Dati strepitosi, addirittura in controtendenza rispetto al trend nazionale. Paolini, preso dall’entusiasmo, si è lanciato nella temeraria proposta di finanziare gli aeroporti Alitalia con fondi regionali, per sostenere la compagnia. Qualcuno ci spiegherà con calma dove, visto che stiamo raschiando il barile, l’Abruzzo prenderebbe questi soldi. E, soprattutto, spiegategli che il turismo in Abruzzo è finito. Sarà tra le prime vittime del Centro Oli.

Alessio Di Florio - Peacelink.it

Chiaiano: un presidio permanente contro la discarica

27 Settembre 2008

Nei giorni di fuoco della protesta di Chiaiano, i cronisti di radio, giornali e tv hanno spesso descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di egoisti o di oscuri personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra. Lo stesso era accaduto a gennaio a Pianura, mentre allora come oggi il consiglio comunale e quello regionale si sono tenuti a distanza dalle tensioni che hanno contribuito a provocare con le loro assurde politiche sui rifiuti.
A loro e al governo Berlusconi, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano chiedevano di non realizzare una discarica in un terreno non idoneo, già destinato a parco naturale, d’interrompere la gestione straordinaria dei rifiuti che perdura dal 1994 e che ha causato l’attuale disastro ambientale, di iniziare immediatamente la raccolta differenziata a Napoli e in Campania applicando la legislazione europea, di lasciare libera la magistratura di indagare sulle reti di illeciti intorno alla gestione dei rifiuti.
Dopo oltre cinque mesi gli uomini e le donne di Napoli nord, sono ancora aggrappati alla difesa testarda della propria terra e della propria salute. La protesta è ricominciata davanti alla rigidità del Commissariato di governo, sordo e cieco al lavoro di quegli stessi esperti che pure aveva riconosciuto. Le indagini hanno confermato che la cava è inadatta, le pareti franose, il suolo inquinato, la falda acquifera permeabile, la circolazione veicolare quasi impossibile.
Ad ogni obiezione si è contrapposto un progetto faraonico che allarga sempre più le maglie della spesa e dei finanziamenti, facendo ancora più danni, come la nuova strada a due corsie che dovrebbe violentare ulteriormente il Parco.
Se quattro mesi fa i rifiuti in strada erano la leva per cortocircuitare ogni discussione democratica, la loro parziale rimozione è usata oggi per giustificare un «decisionismo» autoritario e senza controllo. Eppure ci si è limitati a mettere i rifiuti in nuove discariche, aperte come ferite nelle campagne dell’avellinese e del casertano o allargando a dismisura la «città delle eco-balle», il mostro ecologico chiamato Taverna del Re.
Nessuno degli obiettivi per cui era nato il «piano rifiuti», principalmente la chiusura delle discariche, è stato praticato o perseguito.
Sui media, la popolazione campana appare sempre passiva o mobilitata perché prezzolata da loschi interessi. Si cita spesso la camorra. Se analizziamo il passato recente o le inchieste giudiziarie in corso, la camorra sembrerebbe più incline all’apertura che non alla chiusura delle discariche, avendo dimostrato di saper entrare nel loro funzionamento. Come per la camorra l’emergenza rifiuti è stata finora anche per politici e imprenditori un’occasione di speculazione e di violazione dei diritti sociali e ambientali.

Il decreto Berlusconi s’inserisce perfettamente in questa distorta filosofia emergenziale. E lo fa in più punti: nella costituzione di una superprocura che controlli le inchieste accettabili e quelle «inadeguate», nella possibilità di stoccare in discarica diverse tipologie di rifiuti speciali e tossici, nello stanziamento senza controllo di centinaia di milioni di euro per assegnare le infrastrutture senza gara d’appalto, nella previsione di ben quattro inceneritori per drenare i contributi statali come chiede apertamente Confindustria, nell’utilizzo dei militari, nell’imposizione di uno stato d’eccezione con norme penali ad hoc per colpire chi protesta.

Concretamente questo decreto perpetua per la Campania un futuro da discarica nazionale, sversatoio a basso costo dei rifiuti industriali e base di partenza per l’assalto al finanziamento pubblico.
Ma esistono altre vie d’uscita dall’emergenza: il riciclo, la riduzione drastica degli imballaggi, la separazione almeno del secco dall’umido, l’allestimento d’impianti per la trasformazione dei rifiuti differenziati e per la differenziazione «a valle» della raccolta, in grado di ricavare compost [utile per bonifiche e agricoltura], nuovi polimeri dalla plastica, nuovo vetro.
Perché non si può virare il piano in questa direzione? Un piano che è partito dalla chiusura delle discariche [come chiedeva la comunità europea] e vuole oggi riaprirne più di dieci in zone come le aree vulcaniche come Terzigno o la Selva di Chiaiano, unico polmone verde di Napoli, e tante altre.
Ancora una volta, si chiede ai cittadini di sacrificarsi al buio, senza nessun segnale di inversione reale di rotta, di emancipazione dalla sudditanza agli interessi forti.

E’ necessario esprimere la nostra solidarietà ai cittadini di Chiaiano; riconoscere che nella vicenda di Chiaiano si misura oggi una vicenda più grande che riguarda il modello di cittadinanza e la tutela dei beni comuni nel nostro paese e in particolare nel sud.
Lo Jatevenne Day  non è perciò soltanto un urlo contro la militarizzazione del Parco delle Colline, è un appello contro la militarizzazione della società. Un appello in cui Chiaiano non può essere lasciata sola.

Rete Salute Ambiente

Economia Usa: fallisce un’altra banca, il debito pubblico supera il Pil

26 Settembre 2008

NEW YORK (USA) - La crisi dei mutui subprime estesa a tutto il sistema bancario colèpisce ancora. Le autorità bancarie statunitensi hanno ordinato la chiusura della banca Washington Mutual decretandone di fatto il fallimento, il più grande nella storia del credito americana. Le attività dell’istituto passano a JP Morgan Chase per 1,9 miliardi di dollari.

FALLIMENTO - «Con liquidità insufficiente per far fronte ai propri obblighi, Wamu non era più in condizioni abbastanza solide e sicure per proseguire la propria attività», spiega in una nota la Fdic, l’organismo federale di supervisione sui depositi bancari, che assicura totale protezione ai clienti per i depositi fino a 100mila dollari. Jp Morgan ha annunciato un aumento di capitale da 8 miliardi di dollari per mantenere i propri standard di solvibilità. L’istituto si aspetta costi prima delle tasse per 1,5 miliardi ma stima anche risparmi da economie di scala per un pari ammontare, per la maggior parte entro il 2010. Dall’incorporazione nascerà il secondo gruppo bancario statunitense, il primo nel settore delle carte di credito, con 2.040 miliardi di attivo e 5.410 filiali in 23 stati dell’Unione. Wamu, la cui fondazione risaliva al 1889, porta in dote 307 miliardi di attivo e 188 miliardi di depositi.

DEBITO PUBBLICO ALLE STELLE - Sidney Winter, docente della Wharton School di Philadelphia, così riassume la crisi americana in una mail a un collega della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa: «Abbiamo scoperto che la nostra ricchezza è di qualche migliaio di miliardi di dollari inferiore alle attese e ora dobbiamo decidere come ci dividiamo la sberla ». La sberla è violenta. E gli Stati Uniti non ne nascondono più i lividi sui loro conti pubblici e privati. Per cominciare, la Federal Reserve si scopre senza più margini di manovra. Ha già impegnato la metà delle riserve, circa 500 miliardi, in prestiti al mercato e finanziamenti al Tesoro (Consolidated statement of condition of all Federal Reserve Banks, 18 settembre 2008).E non è nemmeno chiaro se le toccherà anche fare le due iniezioni di capitali freschi per 100 miliardi ciascuna per la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae. Gli americani vedono la loro banca centrale diventare una holding che, direttamente e indirettamente, controlla la più grande compagnia assicurativa del mondo, l’Aig, e le due più grandi agenzie di mutui, Fannie & Freddie, e che, dopo il salvataggio della banca d’investimento Bear Stearns, funge pure da ricettacolo di titoli tossici, anche in valuta estera. Questa banca centrale zoppicante non avrebbe potuto far fronte, senza «stampare» altra moneta, al piano del governo per ritirare dai portafogli delle banche titoli illiquidi, e cioè non più negoziabili, nella misura straordinaria di 700 miliardi di dollari. Eppure, chi mai dovrebbe farsi carico di un piano salva-banche se non l’istituzione che eroga il prestito di ultima istanza? L’apertura dell’ombrello del Tesoro sopra l’ombrello della Fed ben segnala la gravità del momento, portata all’estremo dal rischio di un imminente tracollo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, le ultime due banche d’investimento rimaste su piazza.

Ancora venerdì 18 settembre, all’annuncio del piano, nessuno credeva che Goldman e Morgan avrebbero chiesto la licenza di banche commerciali, rinunciando alla totale libertà di manovra avuta fin qui in cambio della protezione della Fed e del Tesoro. E invece domenica la licenza l’hanno implorata e ottenuta. Coincidenza che aggiunge più di un sospetto alle domande di fondo che il piano salva-banche propone di per sé. I 700 miliardi richiesti da Hank Paulson, il segretario al Tesoro che viene dalla Goldman e che dunque fa il pompiere dopo avere per anni attizzato il fuoco con i colleghi di Wall Street, saranno ottenuti con emissioni di titoli di Stato aggiuntive rispetto al programma ordinario di rifinanziamento del debito pubblico. A quali tassi saranno offerti? I risparmiatori americani stanno fuggendo dalla Borsa verso i Treasury bonds, il cui rendimento (somma algebrica del tasso d’interesse e del differenziale tra il prezzo corrente e quello d’emissione) è sceso poco sopra lo zero. Questa tendenza dovrebbe facilitare il collocamento delle emissioni aggiuntive.

Ma la scelta dei risparmiatori, dettata dalla paura, riapre la questione del rischio Paese nel momento in cui lo Stato interviene dove i capitali privati domestici rinunciano senza più essere sostituiti da quelli delle economie emergenti e dei loro sovereign wealth funds. Ora Morgan, con la licenza in tasca, sta cercando nuovi soccorsi a Pechino: sarà interessante valutare il prezzo e i diritti di governance che il China Investments pattuirà dopo la batosta subita al primo ingresso. Quanto poi delle emissioni al servizio del piano non fosse accettato dai mercati, sarà fatalmente accollato alla Fed in contropartita a nuova moneta. Il rischio Paese, dunque. Ne influenzano il livello la politica estera, la potenza militare, l’interdipendenza con l’estero che detiene il 45% del debito pubblico Usa, mentre 40 anni fa ne aveva 9 volte meno.

Il rischio America dipenderà dalla capacità di generare reddito mentre si va esaurendo la spinta ai consumi indotta dai tagli fiscali di Bush, costati 160 miliardi al bilancio federale e non più replicabili. Ma dipenderà anche da altro. Dall’entità del debito pubblico, per esempio. Di quello che si vede oggi e che, con il consolidamento di Freddie & Fannie, arriva a 15 mila miliardi contro un prodotto interno lordo che quest’anno viaggia sui 14300 miliardi. E del debito pubblico che si intravede per domani a consuntivo dei salvataggi, operazioni non amate da nessuno e tuttavia necessarie a evitare che la crisi finanziaria colpisca in modo troppo radicale i fondi pensione privati, già in drammatica sofferenza, con la conseguente necessità di estendere l’ombrello pubblico alla previdenza privata. Il rischio Paese, infine, dovrebbe considerare anche la ricchezza delle famiglie.

Secondo il Bureau of economic analisys del governo americano, nel 2005 la ricchezza netta pro capite (case e risparmi meno i debiti) era pari a 176 mila dollari, più 38,2% a valori costanti rispetto al 1995. Secondo la Banca d’Italia, sempre nel 2005 la ricchezza netta pro capite degli italiani era pari a 134 mila euro, più 47% benché il reddito sia aumentato solo in ragione di uno a tre rispetto a quello americano. Diversi stili e obiettivi di vita? Maggior presenza in Italia di redditi non ufficiali? Vero. Ma alla base c’è la maggior propensione americana a indebitarsi quale emerge dalla tabella sulla ricchezza delle famiglie nei diversi Paesi del G-7 (Girouard, Kennedy, André, Has the rise in debt made households more vulnerable?, Oecd working paper, 2006). E una più ineguale distribuzione del patrimonio tale per cui l’americano medio (ovvero la fascia di popolazione egualmente lontana dalle fasce più ricche e dalle più povere) dispone di una ricchezza inferiore a quella dell’italiano comparabile (Sierminska, Brandolini, Smeeding, Comparing wealth distribution across rich countries, Banca d’Italia, 2007). Questa caratteristica americana accentua il rischio dei fallimenti.

La crisi dei mutui subprime dimostra la pericolosità delle piccole insolvenze private quando i debiti siano integrati ai piedi del castello di carte montato dalla finanza. Per questo la decisione cui fa cenno il professor Winter non è tanto semplice: come ci si divide il dolore per la sberla? Gli obiettivi condivisi del piano salva-banche sono due: a) impedire il tracollo dei mercati finanziari; b) minimizzare, per quanto possibile, l’onere per il contribuente. I critici radicali ritengono che questo piano salvi dal peggio i re decaduti del mercato, ma non il mercato. Perciò propongono di trasformare i crediti in azioni e poi di chiamare i mercati a ricapitalizzare le banche sopravvissute. I sostenitori dell’intervento, ormai vincenti al Congresso e al Senato, osservano che, essendo le ban che esposte con altre banche o con soggetti a loro legati, avremmo solo una partita di giro. Ma il piano Paulson è vago su due punti cruciali: la determinazione del prezzo dei titoli tossici e la definizione dei diritti di proprietà in capo al pagatore di ultima istanza, e cioè al contribuente.

Il governatore della Fed, Ben Bernanke, acquisterebbe i titoli al prezzo di realizzo alla scadenza che dipende dal valore futuro dei beni sottostanti: caso classico, le case per i subprime. Nessuno sa stimare questo valore, ma tutti capiscono che il prezzo di Bernanke è più alto di quello di mercato. La differenza serve a ricapitalizzare le banche senza fare tutti gli aumenti di capitale che servirebbero. Ai soci delle banche e ai loro ricchi gerenti si farebbe dunque il doppio regalo di rendere liquido l’illiquido, migliorando già così i ratios patrimoniali, e di farlo a prezzo di favore. L’iniziale crisi di liquidità è diventata una crisi di capitali a causa dell’impennata delle garanzie richieste dalle controparti. Il regalo, se ne conclude, è obbligato. Certo, lo Stato potrebbe sempre acquistare con una serie di aste al ribasso a sconti decrescenti sul valore facciale dei titoli tossici. In questo modo, caldeggiato da Winter, si riduce il favore sul prezzo. Ma resta aperta la questione dei diritti di proprietà.

La buona regola vorrebbe che chi paga comanda così da assicurarsi una gestione diversa e, con il tempo, riportare a casa qualcosa. Dati i valori in campo, il Tesoro nazionalizzerebbe il sistema bancario americano se adottasse la buona regola. Sarebbe la rivoluzione. Ma sarebbe solo una rivoluzione apparente. La classe dirigente è sempre la stessa se il segretario del Tesoro è un banchiere della Goldman Sachs in quiescenza; e il massimo consigliere economico di Barack Obama, da ministro di Clinton, abolì il Glass Steagal Act, che per mezzo secolo aveva tenuto a freno il delirio di onnipotenza dei banchieri, per poi diventare un boss di Citicorp.

da www.corriere.it

“Appello per agire sul clima”

26 Settembre 2008

Siamo a un bivio. I fatti sono chiari. Il cambiamento climatico globale, causato dalle attività umane, è in corso e minaccia le vite e il sostentamento di miliardi di persone e l’esistenza di milioni di specie. I movimenti sociali, i gruppi ambientalisti e gli scienziati di tutto il mondo chiedono a gran voce azione radicale e urgente sul cambiamento climatico.

Il 30 novembre 2009 i governi del mondo si riuniranno a Copenhagen per la quindicesima Conferenza ONU sul Clima (COP-15). Sarà il più grande vertice sul cambiamento climatico di sempre. Tuttavia i vertici precedenti non hanno prodotto altro che l’ordinaria amministrazione del “business as usual”.

Ci sono alternative alla deriva attuale che vuole imporre false soluzioni basate sul mercato come i biofuel. Se anteponiamo l’umanità ai profitti, e la solidarietà sulla competizione, possiamo vivere vite piene di senso senza distruggere il pianeta. Dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra. Dobbiamo arrestare la sovrapproduzione per il sovraconsumo. Tutti devono avere uguale accesso ai beni comuni globali mediante il controllo da parte delle diverse comunità e la loro sovranità su energia, foreste, terra e acqua. E ovviamente dobbiamo riconoscere la responsabilità storica delle élite globali e del ricco Nord del pianeta per aver prodotto questa crisi. L’equità fra Nord e Sud è essenziale.

Il cambiamento climatico ha già avuto un forte impatto sulle persone, in particolare le donne, le popolazioni indigene e i popoli che dipendono dalle foreste, i piccoli agricoltori, le comunità marginalizzate e i quartieri impoveriti, i quali chiedono anch’essi di agire per la giustizia sociale e climatica. Questo appello è stato ripreso da attivisti e organizzazioni di 21 paesi che si sono riuniti a Copenhagen nel weekend del 13-14 settembre 2008 per dare il via alla discussione su una grande mobilitazione a Copenhagen durante la Conferenza ONU sul Clima del 2009.

La conferenza si aprirà il 30 novembre 2009, che concide con il decimo anniversario del blocco del WTO a Seattle, il che mostra la potenza dei movimenti sociali globalmente coordinati.

Chiamiamo tutti i popoli del pianeta a mobilitarsi per agire contro le cause di fondo del cambiamento climatico e contro gli attori chiave che ne sono responsabili sia a Copenhagen che in tutto il mondo. La mobilitazione comincia adesso fino al vertice COP-15 e oltre. Le mobilitazioni a Copenhagen e nel resto del mondo sono ancora in fase di progettazione. Abbiamo tempo per decidere collettivamente quale forma queste prenderanno e cominciare a visualizzare come può essere il nostro futuro. Attìvati anche tu!

Incoraggiamo tutti a cominiciare a mobilitarsi nei quartieri e nelle comunità. E’ tempo di riprendersi il potere. Il potere è nelle nostre mani. Sperare non vuol dire solo provare un sentimento, ma anche decidere di agire.

Per essere coinvolto in questo processo, che è aperto e in corso, manda un messaggio a climateaction@klimax2009.org
<mailto:climateaction%40klimax2009.org>

Processo Mediaset, i pm a gamba tesa: “Lodo Alfano incostituzionale”

26 Settembre 2008

Il pm milanese Fabio De Pasquale ha sollevato oggi un’eccezione di incostituzionalità del lodo Alfano nel processo che vede imputato tra gli altri il premier Silvio Berlusconi per presunte irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi da parte di Mediaset.

Il pm ha chiesto ai giudici di mandare gli atti alla Corte costituzionale per dichiarare la nullità della norma entrata in vigore il 26 luglio scorso per tutelare la alte cariche dello Stato. Lo stesso pm ha chiesto ai giudici di dichiarare la sospensione del processo solo per l’imputato Berlusconi e di procedere oltre per gli altri 11 imputati.

Secondo il pm il lodo Alfano contrasta con la Costituzione in relazione all’articolo 3, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il riferimento è alla irragionevolezza, perché il lodo sospende i processi per tutti i reati e automaticamente, senza considerare la fase in cui si trovano i procedimenti. Il pm ha poi ricordato la violazione dell’articolo 136, cioè del giudicato costituzionale in relazione alla sentenza del 2004 con cui era stato bocciato il lodo Schifani. Infine il rappresentante dell’accusa ha ricordato che al lodo Alfano si è arrivati con una legge ordinaria e non con una legge di revisione costituzionale.

La replica dei legali di Berlusconi
Secondo l’avvocato Nicolò Ghedini la costituzionalità del lodo Alfano sarebbe dimostrata, tra le altre cose, dalle dichiarazioni che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fece all’indomani della sua approvazione, il 28 luglio scorso. Ghedini ha ricordato che in quella occasione il Capo dello Stato spiegò che nel promulgare la norma aveva tenuto in considerazione come “unico punto di riferimento” la sentenza della consulta del gennaio 2004, lasciando “ogni altra valutazione alla politica”. Proprio la conformita’ del lodo Alfano rispetto ai rilievi mossi dalla Corte Costituzionale, che nel gennaio 2004 bocciò il lodo Schifani-Maccanico, è stata al centro degli interventi di Ghedini e Piero Longo, difensori del premier Silvio Berlusconi. Longo ha concluso chiedendo ai giudici della prima sezione penale di ritenere “infondata e non rilevante” l’obiezione di costituzionalità del pubblico ministero.

da www.rainews24.it

Novara:l’assemblea permanente NoF35 promuove sabato 27 presidio antimilitare

25 Settembre 2008

L’assemblea permante “No-F35″ organizza a partire dalle ore 15:30 un presidio antimilitarista contro la costruzione dei caccia americani F35 costosissimi e ormai sorpassati dalla tecnologia aereonautica.

PRESIDIO ANTIMILITARISTA:
Sabato 27 Settembre dalle ore 15.30
Via Liberio Miglio (piazza del mercato) - Bellinzago Novarese (No)

PER AVERE UN FUTURO!!!

GIOVANI ANTAGONISTI BELLINZAGHESI

Vietata manifestazione contro l’Islam ai nazifascisti, Colonia esempio di civiltà

24 Settembre 2008

Sono “facinorosi camuffati da benpensanti, razzisti in abiti civili, sottili promotori di paure” i partecipanti al raduno anti-islamico di Colonia nelle parole del sindaco democristiano di Colonia, Fritz Schramma. Quanto è ormai lontano l’Italia del Pensiero Unico dall’Europa democratica? Molto, molto lontano. Prima ancora che la polizia tedesca sciogliesse la manifestazione Schramma invitava caldamente Borghezio e i suoi compari “euro-fascisti” a “tornarsene a casa”, a Colonia non sarebbero benvenuti.

Un’intera città si è ribellata agli ospiti indesiderati, poche decine di neonazisti tedeschi, austriaci e neofascisti italiani. È in mezzo a loro un eurodeputato di nome Maurizio Borghezio della maggioranza di governo. Leggi il resto

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