Ossezia del Sud, Liberazione intervista Giulietto Chiesa
14 Agosto 2008
La Russia ha aggredito la Georgia. Così dice il presidente Mikhail Saakashvili, così le notizie che arrivano. Ma Giulietto Chiesa, che conosce benissimo la Russia, la sua storia, la storia di un impero che si chiamava Urss, nega decisamente. È stato in Ossenzia, quest’anno, ha tanti amici da quelle parti, ascolta quotidianamente i tg russi.
Siamo di fronte all’ennesima bufala mediatica? Qualcosa che ricorda le tristi armi di distruzione di massa “scoperte” in Iraq?
«Questa è una notizia falsa a cui non bisogna credere. I Russi non hanno occupato un bel niente, si sono sono attestati sulla linea del accordo del 1992 di Dagomys e non hanno nessuna intenzione di uscire da quei contorni.
Che cosa sta succedendo allora?
Siccome i georgiani continuano a bombardare con l’artiglieria i centri dell’Ossezia del Sud, evidentemente i Russi devono impedire questi bombardamenti e andranno con l’aviazione sui punti di concentramento delle truppe georgiane al di fuori della frontiera dell’Ossezia del Sud. Non possiamo nasconderci dietro un dito. Qui c’è una guerra dichiarata contro una popolazione di meno di 100 mila abitanti colpita a freddo. Fatto assolutamente inspiegabile se non con un’operazione politica provocatoria.
Provocatoria con quale obiettivo? E perché proprio adesso?
Il presidente Saakashvili ha dichiarato: «Noi interveniamo per ristabilire l’ordine costituzionale». Questa frase è una confessione, perché l’ordine costituzionale che il presidente georgiano vorrebbe ristabilire in Georgia non esiste dal 1991 quando l’Ossezia del sud si è dichiarata indipendente contemporaneamte alla dichiarazione di indipendenza della Georgia dall’Unione Sovietica. Quale ordine costituzionale vuole ricostruire? Chiunque capisce che questa cosa non sta in piedi. Sono stati massacrati migliaia di civili, ci sono 70 mila profughi su una popolazione di 100 mila. Che cosa doveva fare la Russia, ritirare le sue truppe? La Russia sta lì sulla base di un accordo politico firmato anche dalla Georgia, tanto è vero che c’erano le forze di interposizione. Ritirarsi quando gran parte di questi 100 mila individui, tutti cittadini russi (perché in questi anni hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza russa) non vogliono rimanere sotto la giurisdizione georgiana … Ma lasciamo stare. Questa è un’operazione politica interamente costruita dagli Stati Uniti. Leggi il resto
Una felice e serena estate!
13 Agosto 2008
La redazione del Bene Comune per il mese di agosto va in vacanza, con l’auspicio che il lavoro svolto fino ad ora sia stato di gradimento ai nostri numerosi lettori. Per settembre si attendono novità importanti, il progetto, dopo i primi sei mesi fruttuosi di attività, sarà ripensato a partire da un maggiore investimento in termini di energie e forze qualitative. Nel frattempo vi auguriamo un buona estate e vi chiediamo nei commenti sia suggerimenti che critiche sicuramente costruttive per il nostro futuro insieme.
Ringraziandovi vi alleghiamo lo splendido discorso di Bob Kennedy all’Università di Kansas City nel 1968:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale
soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,
nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo
spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi
del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL). Il PIL
comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle
sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle
carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le
serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per
coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che
valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri
bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate
nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la
disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli
equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa
che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i
bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle
nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia
dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra
poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del
nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non
tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’
equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra
arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra
conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro
paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita
veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America,
ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani”.
Fini: “Stazzema, una ferita dolorosa”. Ma tace sulle colpe dei repubblichini
13 Agosto 2008
Cinquecentosessanta vittime. In gran parte donne, bambini e anziani inermi. E’ questo lo straziante bilancio dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuto il 12 agosto 1944, quando quattro reparti di Ss appartenenti alla famigerata 16a Panzergrenedier Division raggiunsero le impervie montagne appena sopra Lucca guidati da un nutrito gruppo di collaborazionisti fascisti. Si trovarono di fronte madri incinta e neonati in fasce. La più piccola di soli venti giorni. Contro di loro mitragliatrici spianate senza alcuna pietà dopo ciniche disposizioni in file decrescenti in base all’altezza.
A sessantaquattro anni di distanza, il piccolo accorpamento di case che prende il nome di Sant’Anna ha accolto circa duemila persone accorse per commemorare e ricordare uno degli eventi più tragici dell’occupazione nazista in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre. Perché la zona, qualificata come “bianca” e quindi considerata inoffensiva dallo stesso comando tedesco, era divenuta meta sicura soprattutto per gran parte degli sfollati scampati ai bombardamenti delle coste versiliesi. Innocenti che nulla centravano con la guerra. “Andammo in bocca al lupo” racconta una sopravvissuta con gli occhi lucidi di fronte all’enorme e plumbea lapide che raccoglie le centinaia di vite spente dalla furia nazifascista. Una rabbia e un’acredine frutto non solo degli ordini impartiti dal generale Kesserling, ma riconducibile probabilmente anche alla frustrazione per una Linea Gotica chiusa ormai tra i fuochi della guerriglia partigiana e l’inarrestabile avanzata degli Alleati provenienti da Sud. Leggi il resto
Guerra in Ossezia, quella bandiera europea dietro le spalle del bandito
9 Agosto 2008
Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell’Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicottericontro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.
Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull’onda della contr’offensiva, quasi per forza di cose, igeorgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendoosato gli ossetini dichiarare e applicare l’idea del rifiuto di tornare sotto ilcontrollo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.
Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che – non contenta dell’amicizia tra Tbilisi e Washington- voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l’Ossetia del Sud. Leggi il resto
Risposta ad un lettore del BeneComune.net
6 Agosto 2008
Salve, mi chiamo Valerio Fabbroni, le avevo tempo fa inviato una mia lettera riguardo alla polemica da lei avuta con Barnard, e la ringrazio per la sua risposta. Le volevo chiedere questa volta qualcosa sul Bene Comune, perché noto che spesso, sia all’interno del suo sito, sia in altri contesti, lei fa riferimento ad una possibile rinascita di una politica diversa, partendo proprio dal considerare il bene comune come una fonte necessaria della politica. La cosa che non ho compreso è se il suo riferimento al Bene Comune ha qualcosa a che fare con il Bene Comune che vede tra i suoi rappresentanti Stefano Montanari e Fernando Rossi, un nuovo movimento politico per cui ho votato e che ha raccolto ben pochi consensi, anche a causa dell’assenza totale di questa formazione nel palinsesto televisivo prima delle elezioni di aprile. Credo che lo conosca, e il suo riferimento al Bene Comune mi suggerisce che Lei non apprezzi molto le loro proposte, per il fatto che non ho mai sentito da Lei una menzione sulla presenza di questa formazione. Se la mia considerazione è corretta, mi piacerebbe sapere il perché non valuta questo movimento come un possibile attore di un futuro politico diverso e migliore di quelli che abbiamo.
La saluto, augurandoci un futuro più degno di essere vissuto.
Caro amico,
ho già affrontato in diverse risposte la questione dei miei per ora “non rapporti” con Rossi e Montanari e con la lista del Bene Comune che hanno presentato.
Ho detto - e ripeto - che il primo in Italia a prospettare una formazione politica nuova che partisse dal nome e dalle idee del Bene Comune sono stato io, a Firenze l’anno scorso. Se legge sul mio sito le relazioni che tenni nelle due riunioni fiorentine, che avevo contribuito a convocare, insieme ad altri, e alle quali invitai (co-invitai) anche Fernando Rossi, troverà puntuale conferma. Leggi il resto
Strage di Bologna, il falò delle verità
5 Agosto 2008
Il 2 agosto 1980, alle 10.25 del mattino, si verifica la strage più devastante della storia del dopoguerra italiano. Con una deflagrazione dalla violenza inaudita salta in aria la stazione di Bologna. Ottantacinque morti e centinaia di feriti per una tragedia intorno alla quale ipotesi e depistaggi si sono alternati per oltre venti anni.
di Cecilia Dalla Negra
LO STRAZIO - Stazione di Bologna Centrale, 10.25 del mattino, sabato 2 agosto 1980. La sala d’attesa di seconda classe è piena nel primo fine settimana di ferie di un’estate torrida, e l’Italia aspetta i regionali diretti verso il mare. Di sabato alla stazione ci sono donne e bambini pronti alle vacanze, gli studenti fuori sede che finalmente tornano a casa, e i tassisti che sotto il sole cocente del mattino sono fuori, nel parcheggio del piazzale, per un’altra giornata di lavoro. Quello che si sente alle 10.25 in ogni angolo della città è un boato spaventoso, poi l’odore acre del tritolo e della polvere da sparo, una nuvola di fumo nero che si alza, e il silenzio. Raccontano i superstiti che ci vorrà del tempo prima di sentire le grida di terrore e i pianti di dolore scatenarsi, perché alle 10.25 di quel sabato mattina si ferma l’orologio della stazione, la vita di 85 vittime e il Paese intero, ché ha visto tempi duri ultimamente, ma quel colpo lo paralizza. La deflagrazione sventra i muri, fa crollare il soffitto della stazione, seppellisce i morti sotto chili di calcinacci, e investe il treno Ancona – Chiasso in partenza sul primo binario. Leggi il resto
Tagli all’editoria, il Manifesto: “Delitto Politico”
4 Agosto 2008
Il decreto Tremonti, oltre a essere un disastro sociale, è un delitto contro la libertà d’informazione: mette a rischio la vita di decine di testate cooperative, non profit e di partito. Ecco perché.
1) Le risorse. Nell’articolo 60 si tagliano 83 milioni al Fondo per l’editoria della presidenza del Consiglio per il 2009 e 100 per il 2010, di fronte a uno stanziamento iniziale di 387 milioni per i due anni e a un fabbisogno stimato di 580 milioni. E’ un colpo durissimo al cuore del pluralismo, tanto più offensivo e indecente, in quanto il nostro paese è caratterizzato da una concentrazione altissima di risorse nel duopolio televisivo.
2) Il diritto soggettivo. Attualmente i contributi diretti si configurano come un diritto soggettivo degli editori che hanno i requisiti per ottenerli. Ad esempio le 27 cooperative di giornalisti, voci libere di proprietà di chi ci lavora, tutte profondamente discriminate sul mercato della pubblicità. E i contributi vengono determinati da parametri certi relativi alla tiratura, alla diffusione, ai costi di produzione, al peso della pubblicità sul fatturato. Il manifesto - per parlare di noi senza reticenze - sa perciò di aver diritto a circa 4,3 milioni di euro. Ora, con l’articolo 44 del decreto Tremonti si stabilisce che i contributi diretti siano assegnati «tenuto conto delle somme complessivamente stanziate nel Bilancio dello Stato per il settore dell’editoria, che costituiscono limite massimo di spesa». Insomma, quello che sino a ieri era un diritto certo, come la pensione per il pensionato, diviene un diritto condizionato alla capienza dei fondi, non definibile con certezza e sicuramente di molto ridotto. Ora, dal momento che lo stanziamento nel Bilancio per il 2009 serve a pagare i contributi che maturano nel 2008 (che vengono erogati un anno dopo), le cooperative non sanno più che cifra mettere in bilancio nell’anno in corso. E, soprattutto, avranno difficoltà a farsi anticipare dalle banche i contributi, cioè a ottenere le risorse indispensabili per la loro attività.
E’ per questo che la sopravvivenza del manifesto è messa in discussione, insieme a quella di tante testate autogestite e politiche.
Ma al danno si aggiunge la beffa. Perché in un decreto che mette in forse tante voci libere, vengono preservati i privilegi dei «potenti». Il taglio dei fondi riguarda solo i contributi diretti, non quelli indiretti (per le spedizioni postali), che sono ingenti e vanno ai grandi gruppi editoriali. Nel 2005 (ultimo anno per cui ci sono dati ufficiali) Mondadori Spa era il maggior percettore di contributi pubblici, con 18,877 milioni, Il Sole-24 Ore Spa era al secondo posto con 17,822, Rcs al terzo con 13,763. Risorse che in molti casi finiscono direttamente negli utili, distribuiti come dividendi agli azionisti. I tre colossi da soli costano allo Stato 50,463 milioni e questi non sono in discussione.
Questa legge colpisce al cuore la democrazia, offende la decenza e il senso del pudore, in perfetta coerenza con tutta l’azione di questo governo. Non lo subiremo passivamente.
No dal Molin, occupata la stazione: Vicenza non si arrende all’imposizione
4 Agosto 2008
Dopo la sentenza del Consiglio di Stanto in migliaia alla fiaccolata dell’indignazione. Il corteo si dirige verso la stazione, manganellate della polizia contro donne e uomini a mani alzate. Ma, nonostante la violenza delle forze dell’ordine, i binari vengono occupati. “Bravi, bravi, bravi, bravissimi”: è il coro che chiude la manifestazione dei No Dal Molin indirizzato ai poliziotti che, poche decine di minuti prima, non avevano esitato a sferrare manganellate contro donne e giovani a mani alzate.
La fiaccolata dell’indignazione, era stata definita la manifestazione di questa sera. Migliaia di persone, tante famiglie con i bambini e i nonni fianco a fianco. Come il 16 gennaio 2007, quando Prodi impose il proprio si alla nuova base statunitense e i vicentini occuparono la stazione ferroviaria dimostrando che la partita non era chiusa. Questa volta l’imposizione viene dal Consiglio di Stato che, con una sentenza che decreta la prevalenza degli interessi militari statunitensi sulla salute e sui diritti dei cittadini, ha annullato la sospensiva del Tar del Veneto. E anche questa volta migliaia di vicentini – almeno 2000 secondo l’ agenzia Ansa – si sono diretti verso la stazione ferroviaria per invadere i binari; ma la celere, a differenza di un anno e mezzo fa, si è schierata con scudi e manganelli davanti agli ingressi, determinata ad impedire lo svolgimento dell’azione di protesta.
“Vi facciamo male”, ripeteva un poliziotto sotto il suo casco azzurro; detto fatto: pochi minuti e i manganelli volteggiano sulle teste di quanti, a mani alzate, vogliono difendere il proprio diritto ad essere cittadini e non sudditi. I primi colpi cadono sulle teste delle donne, da sempre protagoniste del movimento che si oppone alla militarizzazione dell’aeroporto vicentino. Le mani alzate non sono bastate ad evitare la violenza di chi è stato mandato a Vicenza per soffocare la democrazia e garantire la realizzazione dei progetti statunitensi. Leggi il resto
No dal Molin, una battaglia infinita
3 Agosto 2008
Pubblichiamo qui di seguito una mail che pensiamo possa essere un interessante spunto di riflessione sulla paradossale situazione venutasi a creare riguardante l’ampliamento della base militare di Vicenza.
Egr. Direttore,
abbiamo sempre condiviso le ragioni dei molti cittadini di Vicenza costretti a mobilitarsi contro il progetto di ampliamento della Base Militare USA. Dopo la dura sentenza del Consiglio di Stato del 29 Luglio scorso, Le chiediamo gentilmente un po’ di spazio per poter ribadire al Comitato “No Dal Molin” tutta la nostra solidarietà.
Pensiamo che quella sentenza, che ha annullato la sospensiva dei lavori per la nuova base, decretata all’incirca un mese prima dal TAR del Veneto, sia emblematica dell’enorme divario che si sta sempre più aprendo tra chi ci governa ed il popolo cosiddetto “sovrano”. Mentre il TAR del Veneto ha posto, tra i punti fondanti la sua sentenza, il fatto che il consenso, presentato dal Governo italiano agli USA, “risulta espresso soltanto oralmente e appare estraneo ad ogni regola inerente all’attività amministrativa”, il Consiglio di Stato obbietta che “l’atto di assenso del Governo italiano (…) costituisce espressione di potere politico, insindacabile a livello giurisdizionale”. Dal vocabolario, insindacabile significa: che non si può controllare, esaminare, né specialmente criticare. Tradotto in parole povere : chi ha deciso, l’ ha fatto perché ne ha il potere, perché una legge glielo permette e questa legge, pensate un po’…! , è un Regio Decreto del 1924 ! Quando cioè le donne non avevano ancora diritto di voto, quando l’analfabetismo era alle stelle, quando la terra era per la gran parte ancora proprietà di pochi e chi la lavorava viveva in condizioni di servo. In tutti questi anni, i vari governi che si sono succeduti perché non hanno pensato di abolire questo art. 31 del Regio Decreto sopra citato, che ha permesso al Consiglio di Stato di calpestare le aspettative di tante persone,donne soprattutto, che stanno lottando per dare un futuro ai loro, e ai nostri figli ? Perché si fa tanta cagnara per cambiare la Costituzione, una carta di diritti e di doveri tra le migliori nel mondo, e si tiene invece un simile decreto, espressione di un tempo e di una condizione culturale che non c’è più? Probabilmente, crediamo noi, perché , quando vengono meno gli strumenti della vera democrazia per tanti motivi, ma soprattutto per far prevalere l’interesse di pochi su quelli della collettività, serve tirar fuori questi regi decreti , per imporre il potere, e in effetti il Consiglio di Stato lo dice chiaramente: l’assenso dato alla base è espressione di potere politico. Ma questo potere si fonda veramente sul consenso popolare? veramente trae forza da esso, come qualcuno vorrebbe far credere, oppure le forze che lo sostengono sono di altra natura e mirano a interessi particolari ? La giusta protesta dei Vicentini contro la base USA è anche una chiara denuncia della mancanza di informazione, mancanza di coinvolgimento e ascolto dei cittadini, che non dovrebbero essere più trattati come sudditi, ma considerati in grado di decidere del proprio futuro, di partecipare alle scelte che investono il territorio in cui vivono, soprattutto quando queste scelte riguardano l’uso e la tutela delle risorse che permettono la vita, quali l’aria, l’acqua e la terra. Leggi il resto
Pandora, contro le voci dei padroni
3 Agosto 2008
Abbiamo cominciato a parlarne il 1 febbraio del 2008. Due mesi prima del disastro (annunciatissimo) del 14 aprile. Qualcuno disse: non potevate aspettare la fine delle elezioni?
Risposi che l’idea di lanciare un progetto di informazione indipendente non era in relazione diretta con le elezioni. Risposi quello che pensavo: che l’emergenza informativa era già in atto e che, comunque fossero andate le elezioni, con una vittoria prevedibile della destra e con un prevedibile piazzamento del Partito Democratico, noi tutti, noi cittadini, noi persone viventi, noi individui dotati di diritti, ci saremmo trovati muti, espulsi dal circuito comunicativo, cancellati dal sentire comune (dei vincitori) privati perfino del diritto di opporci, perché saremmo stati privi anche di una opposizione parlamentare.
Lasciamo stare il fatto che la previsione fu esatta. Resta l’altro fatto, molto più importante, che in quella assemblea del 1 febbraio, convocata nella sede romana di Megachip, si trovarono oltre cento persone, decine di giornalisti, intellettuali, scrittori, giovani, gente con le più diverse esperienze politiche, culturali. Tutti accomunati da quell’unico tema: emergenza informativa, emergenza democratica. Molti dei presenti furono poi tra i firmatari dell’appello per un canale televisivo e web indipendente.
Da allora la cerchia dei sostenitori dell’idea si è allargata e di molto. Altre decine di giornalisti e intellettuali si sono aggiunte ai primi firmatari. Oltre 3500 persone si sono pronunciate dichiarandosi disponibili a finanziare, di tasca loro, il progetto che è venuto precisandosi in questi mesi. Qualcuno dirà che 3500 persone sono poche. Io dico che quelli che sono disponibili a partecipare, anche finanziando, sono molti di più. Lo so perché l’ho verificato di persona. Non tutti hanno segnalato la loro volontà, per tante ragioni. C’è chi non crede che ce la faremo, chi non ha l’abitudine di partecipare, chi aspetta e vedremo, chi non ha pensato -
sbagliando - che ci avrebbe aiutato anche solo con una mail. Leggi il resto
