“Armadio della vergogna”: una Repubblica nata sotto il segno della menzogna
1 Luglio 2008 - Democrazia
“Già nel 1944 gli Americani cominciarono a prepararsi per la Guerra fredda. Avanzando in Germania catturavano ufficiali delle SS del livello del “macellaio” Klaus Barbie, li reclutavano e li spedivano in America dove seguivano corsi di addestramento; dopo di che venivano inviati a combattere i Sovietici”. Peter Tompkins, ex agente della Cia
1994: Una scoperta sconvolgente
Seicentonovantacinque fascicoli. E un accurato registro con duemiladuecentosettantaquattro voci. Un armadio con le ante rivolte verso il muro. In uno scantinato impraticabile di Palazzo Cesi, la sede della Procura generale militare in via degli Acquasparta a Roma. Per cinquant’anni. Tra l’umidità e il silenzio di verità taciute. Con tarli che, mano a mano che passano i decenni, inesorabilmente mangiano un legname sempre più intimidito dagli orrori che nasconde.
E la storia che si fa sempre più piccola. Mentre il mondo, terminato uno scontro fratricida a colpi di lager e bombe atomiche, si appresta ad affrontarne uno nuovo, fortunatamente meno cruento, ma non per questo meno vigliacco.
Gli storici calcolano che l’armadio, i suoi fascicoli e le sue stragi così scrupolosamente riportate grazie ai racconti e alle testimonianze dirette, contenga tra le dieci e le quindicimila vittime civili innocenti falcidiate dalla ferocia nazifascista. In soli due anni di guerra. Gli ultimi. Dal 1943 al 1945.
Il terrore nazifascista
Dopo l’8 settembre del ‘43 l’Italia è spaccata a metà dalla Linea Gotica, con i Tedeschi e la Repubblica di Salò che dominano il Centro-Nord e gli Alleati che sopraggiungono da Sud. Sono anni duri, nelle retrovie la guerriglia partigiana si fa sempre più pressante e il rischio per i nazifascisti è quello di rimanere imbottigliati in mezzo a due fuochi. Condizione che sta lacerando l’esercito tedesco in tutta Europa. Hitler in persona interviene per porvi rimedio ricorrendo a una direttiva speciale intitolata “Guerra alle bande”: l’ordine è di fucilare tutti i disertori ritenuti tali in virtù dei nuovi assetti. Come a Cefalonia, dove la Divisione Acqui dell’Esercito italiano stanziata in Grecia viene sterminata fino all’ultimo dei suoi soldati. Settemila morti. Ma il comando non si ferma a questo. Bisogna sterminare eliminare le popolazioni civili considerate vicine alla Resistenza. Senza delimitazioni. A discrezione del più alto in grado.
Intanto il fronte della guerra in Italia si è spostato tra la Toscana e l’Emilia Romagna. I tedeschi comandati dal feldmaresciallo Albert Kesserling stanziano in prima linea. Ma la famigerata 16a SS Panzer Grenadier Division Reichfuhrer, la prediletta da Heinrich Himmler, viene inviata sugli Appennini settentrionali per stanare la resistenza e eseguire gli ordini di Hitler. Di volta in volta sono i repubblichini locali o le formazioni militari come le Brigate Nere, la divisione Ettore Muti e ancora uomini della Decima Mas a garantire il loro appoggio alle operazioni capitanate da Walter Reder. E li guidano per i boschi e per le alture sino ai luoghi del massacro. E vi partecipano direttamente. Con inaudita violenza, come sostenuto dai superstiti.
“Gente senz’armi, civili in fuga dalla guerra - scrive Franco Giustolisi, giornalista dell’Espresso e autore proprio del libro “L’armadio della vergogna” - Per lo più donne, vecchi e bambini. Piccoli ancora in fasce. Altri mai nati. Li cavarono dal ventre delle madri con le baionette e ne fecero bersaglio delle loro armi. Non furono rappresaglie e, anche se le fecero passare per tali, la loro esatta definizione è omicidi”. Eccidi di massa. Dove la percentuale di bambini e infanti fa accaponire la pelle.
Paradossalmente i padri riuscirono a salvarsi. E non perché fossero partigiani o ribelli. Ma semplicemente perché pensando a normali rastrellamenti, fuggirono volendo evitare la deportazione come forza lavoro.
Marzabotto, Fivizzano, Sant’Anna di Stazzema: l’orrore senza fine I numeri chiariscono ulteriormente ciò che le parole possono rendere surreali fatti che la mente tenta inutilmente di allontanare. Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944. Tre reparti di SS salgono le montagne e incontrano un luogo ritenuto sicuro per molti sfollati del Nord d’Italia. Tutti i civili fermati vengono uccisi e i corpi date alle fiamme. Il procedimento è il medesimo: le persone vengono poste di fronte ad una mitragliatrice in file per ordine di altezza con le prime composte da bambini. Sono cinquecentosessanta le vittime innocenti. Una quindicina i collaborazionisti italiani, tra cui Aleramo Garibaldi, noto fascista locale: il giorno prima l’eccidio nasconde la moglie e le due figlie , per poi piazzarsi alle mitragliatrici contro i propri compaesani solo il giorno seguente.
Gli uomini di Reder passano a Fivizzano, dove tra le musiche di una fisarmonica, le SS e i fascisti uccidono per “rappresaglia” ben oltre cinquecento innocenti. Arrivano poi a Marzabotto in provincia di Bologna. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 fanno novecentocinquantacinque morti. In città trovano la maggior parte dei civili in chiesa. Colpiscono a freddo il parroco Don Ubaldo Marchioni e Vittoria Nanni, un’anziana paralitica che non può muoversi. Gli altri vengono ammassati nel cimitero dove bombe a mano e mitragliatrici non fanno distinzione. A Cerpiano, una frazione di Marzabotto, le persone sono spinte a mucchi nelle case: dalle finestre arrivano altre bombe. I feriti sono raggiunti da colpi di arma da fuoco alla testa. Persino i più piccoli. Ogni luogo diventa adatto per il carnaio successivo: oratori, case e granai. Alcuni superstiti parlano di maiali affamati liberati per cibarsi dei cadaveri. Diversi italiani travestiti da SS e con elmetti dotati di una retina apposita per rendere irriconoscibili i soldati parteciparono alla strage. Il resoconto è agghiacciante: duecentosedici bambini, trecentosedici donne, centosettantadue ultrasettantenni e duecentocinquantuno uomini senz’armi. Per questa carneficina programmata sopraggiunsero le congratulazioni di Kesserling in persona.
Tre drammi. Due dei quali negli ultimi anni hanno finalmente ottenuto una giustizia giudiziaria che ne ha inchiodato artefici e colpevoli. Che ha riconosciuto finalmente una verità storica. Ma a sessant’anni di distanza.
Ma non per tutti è così. Non per tutti il massacro è diventato un simbolo dell’oppressione nazifascista come per le Fosse Ardeatine a Roma. Fucecchio, Monchio, Niccioleta, Gubbio, Farneta e tanti altri sono rimasti sepolti sino al 1994 nell’armadio degli orrori, “l’armadio della vergogna”. Non per tutti i responsabili c’è stata alcuna condanna. Superati i primi anni del dopo guerra in cui i tribunali militari lavorano con estrema efficienza, dagli ex ufficiali sino al soldato semplice la sorte consegna una nuova vita.
Guerra fredda: stop ai processi, gli assassini possono ancora servire
Si dice spesso che la Storia sia scritta dai vincitori. Ma cosa succede se i vinti si trasformano in alleati ancor prima che si possa ricostruire una memoria collettiva condivisa?
Alla domanda non si può altro che consegnare in risposta il nostro presente. Con la nuova esigenza chiamata Nato sopraggiungono intenti comuni a nemici contro i quali si era combattuto sino a ieri. E così la necessità condivise da Stati Uniti d’America e Inghilterra di riarmo per la Germania federale, l’immediata reazione politica al successo dell’Unione Sovietica, gli intenti sotterranei dei servizi segreti di dotarsi e nutrirsi di un apparato gerarchico estremamente funzionale come quello della Gestapo e dell’esercito nazista, hanno posto priorità antitetiche ad una seria e trasparente ricostruzione storica che avrebbe evitato il riemergere di rigurgiti totalitari e liberticidi. E a dire il vero non solo quelli, guardando attentamente la storia dell’Italia repubblicana nei roventi “anni di piombo”.
Un ruolo fondamentale nella cooptazione coatta dei reparti speciali nazisti da parte angloamericana lo ricopre James Jesus Angleton, capo dell’Oss, l’agenzia strategica americana antecedente alla Cia. In poche settimane ingloba in blocco la celeberrima “organizzazione Gehlen”, i servizi segreti nazisti che negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale agisce con più di quattrocento spie in tutta Europa con estrema efficacia. Salva prima l’ex maggiore Karl Hass, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, nominandolo capo delle operazioni in Italia. Anticomunista fervente si rimette in contatto con l’estrema destra nostrana, tanto che il suo nome compare in diversi dei più vergognosi episodi della strategia della tensione. Angleton non si ferma a questo e si adopera per redimere repubblichini del calibro del calibro di Junio Valerio Borghese, comandante dell’efferata Decima Mas. Uomini, che nella lotta contro il nemico comune del comunismo, torneranno sempre utili. E cosi capita con Gladio e nell’organizzazione del rientrato golpe del 1970, dove sono stati accertati contatti tra la Cia e Borghese tramite un nome di spicco: l’ex colonnello nazista Otto Skorzeny (liberatore di Mussolini sul Gran Sasso). “Ma questa, è un’altra storia”, come piace recitare al giornalista Carlo Lucarelli.
Fortunatamente la scoperta dell’armadio della vergogna non ha solo riaperto vecchie ferite. Oltre a consegnare ai superstiti e ai parenti delle vittime nomi e cognomi degli assassini che si macchiarono di tali orrendi delitti, lo splendido lavoro di Giustolisi ci permette di conoscere e riconoscere le modalità con le quali la storia democratica del nostro Paese ha fatto il suo corso, spesso dimenticando in nome di una presunta sicurezza nazionale la sofferenza e i drammi che molti dei suoi cittadini hanno vissuto sulla proprio pelle. Ma le premesse di una Repubblica così giovane, lasciano poche speranze: l’ondata revisionista di questi ultimi anni trova terreno fertile nell’ignoranza dilagante delle nuove generazioni e il suo progetto di trasformare gli oppressori negli oppressi non può che avanzare prodigiosamente.
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Un commento a ““Armadio della vergogna”: una Repubblica nata sotto il segno della menzogna”
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Come diceva il grande Pier Paolo, quello mussoliniano è un fascismo archeologico, esattamente come l’antifascismo d’antan. Il vero fascismo e il vero antifascismo si giocano qui ed ora in forma di resistenza psicologica, morale e culturale al capitalismo di marca angloamericana e a tutti i suoi criminali servitori.